Gender Gap: l’Italia torna indietro di 13 anni

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«Nessuno di noi vedrà la parità di genere nel corso della nostra vita, e probabilmente neanche molti dei nostri figli».

Questo incipit non è altro che la tragica conclusione presente nello studio annuale sul divario di genere del World Economic Forum, che, contestualmente allo studio, pubblica una classifica dei Paesi analizzati. Nel rapporto è scritto che occorreranno ancora 257 anni per raggiungere l’uguaglianza economica di genere. I parametri che influiscono maggiormente sul divario economico tra i due sessi sono il basso numero di donne in posizioni manageriali o di leadership, stagnazione dei salari, livelli di reddito e partecipazione della forza lavoro. Parlando di classifiche, l’Italia è peggiorata notevolmente nel 2019, passando dal 70simo posto del 2018 all’attuale 76esimo posto su 153 paesi.

Non si è scoperta l’acqua calda. Un punto su cui porre l’attenzione, però, è che nel 2018 la situazione globale e nazionale era mutata in positivo (202 anni per il divario globale e la salita in classifica dall’80simo al 70simo posto per il “Bel paese”). L’Italia non ha mai registrato un posizionamento così negativo dal 2006, tornando quindi indietro di 14 anni. Questo sta a significare che gli impegni che si stanno portando avanti non sono quindi nella giusta direzione. In Italia è stata emanata una legge apposita per favorire l’inserimento delle donne nei board di controllo delle aziende quotate (legge Golfo-Mosca). Purtroppo, però, le posizioni dei board di controllo sono ben diverse dalle posizioni nel management: la legge non ha avuto alcun impatto in questo senso.

Al primo posto della classifica stilata dal World Economic Forum si attesta l’Islanda, seguita da Norvegia e Finlandia. Al quarto posto troviamo la Svezia, seguita da Nicaragua, Nuova Zelanda, Irlanda, Spagna, Ruanda e Germania.

Non sorprende il fatto che a guidare la classifica siano i paesi del Nord Europa, che da molti anni (e per primi) stanno portando avanti politiche forti e avanguardiste di welfare e di uguaglianza di genere. Quello che invece ci deve far riflettere è il posizionamento della Spagna all’ottavo posto, Paese non molto lontano da noi per condizioni generali e per cultura: il Parlamento spagnolo, però, possiede la più alta percentuale di donne in Europa.

È d’obbligo evidenziare come l’Europa, con tutti i suoi difetti, sia il Continente più virtuoso quando si parla di parità di genere: se dovessimo contare anche l’Islanda (che ha ritirato la domanda di ammissione per l’Unione Europea nel 2015), ci sarebbero 7 Paesi in top 10.

In Europa ci sono anche casi problematici in cui bisognerebbe agire con coraggio e decisione: Italia, Grecia e Cipro chiudono la classifica degli Stati europei con la più ampia differenza economica tra i due sessi.

Le iniziative per ridisegnare il paradigma di queste differenze dovrebbero perseguire la sensibilizzazione dell’imprenditorialità femminile con più efficacia, soprattutto per quanto riguarda settori ad alto contenuto tecnologico. Se volessimo analizzare la percentuale degli iscritti alle facoltà di ingegneria, scopriremmo che in media la quota di studentesse in questi corsi si attesta solamente al 15%. L’innovazione digitale e tecnologica è senza dubbio il veicolo principale che sta portando in avanti il mondo sociale, economico e politico (gli Stati Uniti sono un esempio emblematico di quest’ultimo fatto). Probabilmente questo poverissimo contributo rosa nella guida dei settori tech non farà che peggiorare nel lungo periodo questo divario economico di genere.

Allen Blue, vicepresidente della strategia di prodotto di Linkedin e collaboratrice dello studio effettuato dal WEF, ha commentato i risultati affermando: «I nostri dati mostrano che è necessaria un’azione significativa per costruire i sistemi e i canali di talenti necessari per colmare il divario di genere nella tecnologia e garantire che le donne abbiano un ruolo uguale nella costruzione del futuro».

Articolo a cura di Marco Losso

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