Guida al trading online | Part 5: opzioni e certificates

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Breve rubrica sul perché la maggioranza di chi si approccia ai mercati perde soldi e sul come mettersi nelle condizioni di guadagnare nel tempo

Con questa rubrica di più articoli, a cura di Davide Serafini — studente di Economia e Finanza all’Università di Modena e Reggio Emilia e trader part time in opzioni con interesse per il trading quantitativo e sistematico —  affronteremo passo per passo il mondo del trading online, sfatandone alcuni miti ma allo stesso tempo dando una panoramica interessante da un punto di vista generale. Buona lettura!

Nelle precedenti puntate abbiamo analizzato alcuni dei principali strumenti finanziari, in particolare azioni, obbligazioni, ETF e futures. In questa quinta parte ci focalizzeremo su opzioni e certificates.

Le opzioni

Le opzioni sono dei contratti derivati detti asimmetrici in quanto assegnano al possessore non un obbligo ma un diritto. Il compratore di una opzione, pagando un premio, ha il diritto di decidere da quel momento fino a una data futura se effettuare oppure no l’acquisto o la vendita dell’attività sottostante. Al contrario il venditore, ricevendo un premio, ha solo obblighi e non ha potere decisionale. Ovviamente l’opzione verrà esercitata dal compratore solo nel caso in cui abbia convenienza a farlo.

L’opzione è quindi un contratto derivato che attribuisce al possessore del contratto il diritto, ma non l’obbligo, di acquistare o vendere il sottostante dell’opzione ad un determinato prezzo (strike price) a (o entro) una determinata data. La possibilità di esercitare l’opzione è limitata solo a scadenza nel caso di opzione di stile europeo, mentre una opzione di stile americano può essere esercitata in qualunque momento durante la vita del contratto.

Le opzioni si dividono in CALL e PUT: la call permette al compratore di acquistare l’attività sottostante, al contrario, la put di vendere. Il funzionamento delle opzioni è molto simile a quello delle assicurazioni; chi compra una opzione è l’assicurato, paga un premio all’assicuratore per proteggersi da futuri rischi, e il premio pagato è il suo massimo rischio. Il venditore dell’opzione è l’assicuratore, che a fronte di un premio ricevuto, si espone a rischi più grandi, potenzialmente infiniti, nel caso di un sinistro per l’assicurato.

Quindi, fatta questa breve introduzione, chi venderebbe un’opzione? Sembrerebbe una follia esporsi a rischi potenzialmente infiniti, quando, spendendo poche centinaia di euro, è possibile beneficiare di rialzi e ribassi rischiando appunto solo quel premio pagato. In realtà se si osserva, per esempio, lo skyline di una città come Milano, difficilmente vedrete il palazzo del signor “Rossi”, mentre più probabilmente vedrete l’insegna delle più grandi assicurazioni italiane o internazionali, e i loro uffici all’interno del palazzo. Questo per dire che se l’assicuratore sa fare bene il suo mestiere riesce a mitigare il rischio e beneficiare dei premi pagati dagli assicurati, sempre sperando che i sinistri da rimborsare siano il numero più basso possibile. Questo esempio preso dalla realtà si addice molto bene ai mercati finanziari: esistono infatti sottostanti che, avendo una volatilità implicita (la volatilità attesa dagli operatori e incorporata nel prezzo delle opzioni) molto elevata rispetto a quella realmente realizzata sul mercato, generano opportunità per la vendita sistematica di opzioni. In ogni caso la vendita di opzioni non è consigliata a un trader alle prime armi.

L’acquisto di opzioni, e più precisamente l’acquisto di put, è anche il modo migliore per proteggere il portafoglio in caso ci si aspetti movimenti futuri avversi. Infatti, pagando un premio relativamente piccolo è possibile proteggere il proprio portafoglio limitando notevolmente la perdita. A differenza dei futures, in cui lo strike price è il prezzo a cui viene stipulato il contratto, nelle opzioni è possibile scegliere lo strike price desiderato tra tutti quelli quotati in base alla distanza dal prezzo e in base al tempo mancante alla scadenza.
A seconda dello strike individuato e del prezzo sottostante, un’opzione può essere definita in 3 modi diversi:

  • In the money (ITM): per le call quando PREZZO > STRIKE PRICE, per le put quando PREZZO < STRIKE PRICE;
  • At the money (ATM): quando PREZZO = STRIKE PRICE sia per le call che per le put;
  • Out of the money (OTM): per le call quando PREZZO < STRIKE PRICE, per le put quando PREZZO > STRIKE PRICE.

Di conseguenza più una opzione sarà OTM, minore sarà il suo prezzo. Viceversa, per il caso ITM.

I certificates

Altri strumenti che hanno una struttura in derivati al loto interno sono i CERTIFICATES. A differenza degli strumenti visti precedentemente i certificates non sono contratti ma titoli emessi da una banca o altro istituto (emittente), negoziati sul mercato, e, in base alla struttura, costituiscono una valida alternativa all’investimento diretto nel sottostante.

Essendo emessi da singoli emittenti, non esiste un mercato con compratori e venditori ma principalmente è l’emittente che nel book di negoziazione espone i prezzi in acquisto e vendita per chi vuole negoziare quello strumento. Purtroppo, questo porta a pagare uno spread bid-ask che nel caso di emittenti poco corretti può influire notevolmente sul rendimento dell’operazione.

I certificates si dividono in due principali categorie:

  • Con effetto leva;
  • Senza effetto leva (anche definiti investment certificates).

Come per gli ETC a leva, quelli con effetto leva hanno parecchie criticità derivanti proprio dal metodo di calcolo della leva e per questo è sconsigliato tenerli in portafoglio a lungo. Con i certificates a leva ci si espone al rischio dell’azzeramento dello strumento; per gli strumenti a leva 7, più diffusi e trattati sul mercato, amplificando una variazione del sottostante di 7 volte, basta una variazione del 14,5% del sottostante per vedersi azzerare completamente il valore dello strumento e i soldi investiti nell’operazione.

Non è un evento così remoto, solo a metà marzo è successo in due giorni sia per i leva short che per i leva long.
https://www.marketmovers.it/2020/03/azzerati-i-certificati-leva-7-sul-ftse.html

E anche sul petrolio, come mostrato prima, il risultato non è stato migliore.
https://bit.ly/3j59hnn

Per quanto riguarda gli investment certificates, li ritengo invece molto interessanti anche per l’investitore comune. Replicano passivamente il sottostante, ma attraverso particolari opzioni acquistate dall’emittente per la struttura del certificato, è possibile ottenere particolari benefici, come il capitale protetto o un determinato profitto sia dal rialzo che dal ribasso del sottostante.

I certificates, anche per via dell’esistenza di diverse tipologie, richiedono, rispetto ad altri strumenti più lineari, uno studio approfondito e dettagliato. Tuttavia, si tratta di uno strumento estremamente interessante che permette di ridurre i rischi frazionando il capitale. Ciò permette anche agli investitori più piccoli che non si possono permettere di negoziare derivati, di ottenere benefici in particolari condizioni. Come per le obbligazioni sono soggetti a rischio emittente e, in caso di insolvenza, devono essere rimborsati, ove possibile, al prezzo corrente di mercato.

Nel prossimo articolo continueremo l’analisi degli strumenti finanziari focalizzandoci sul mercato FOREX (Forex Exchange Market).

Articolo di Davide Serafini
Studente di Economia e Finanza all’università di Modena e Reggio Emilia. Trader part time in opzioni con interesse per il trading quantitativo e sistematico.

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