Il rischio di uno shock dell’offerta nel mercato petrolifero rimane ancora molto alto. Negli ultimi anni le oscillazioni dei prezzi, prima scesi al minimo e poi risaliti a seguito di diversi accordi sui livelli di produzione all’interno dell’Opec e con la Russia, hanno creato una situazione di incertezza e instabilità generale che, come sappiamo, ha ripercussioni anche in generale sugli indici inflazionistici.

Una buona parte di questa incertezza è da ricondursi al nuovo ruolo acquisito dagli Usa nel mercato petrolifero grazie alla produzione di shale oil.

La shale è un tipo di roccia sedimentaria composta da fango con l’aggiunta di materiali argillosi e frammenti di altri minerali quali quarzo e calcite. Essa, se ricca in natura, può dare luogo a giacimenti di shale oil o shale gas. In pochissimo tempo, dal 2010, gli Usa hanno visto la propria produzione dei due più importanti combustibili fossili crescere a ritmi vertiginosi; il gas è cresciuto del 60% dal 2000, mentre il petrolio ha addirittura più che doppiato i livelli di venti anni fa. La rivoluzione più impressionante è appunto quella dello shale oil che, partito come semplice produzione domestica, ha reso oggi gli Usa uno dei più grandi produttori ed esportatori di petrolio al mondo, al pari di Russia e Arabia Saudita. Gli americani hanno saputo cavalcare egregiamente, in termini competitivi, questo mostruoso trend in ascesa e hanno subito in maniera molto più ridimensionata la crisi dei prezzi del greggio degli scorsi anni. La capacità produttiva giornaliera di shale oil è cresciuta in 4 anni del 54% e ha toccato un livello di 9,4 milioni di barili alla fine del 2014.

Fonte: US EIA

Alla fine del 2013 la produzione di petrolio aveva letteralmente toccato livelli stellari e come conseguenza l’Opec e la Russia risposero all’incremento della produzione rilanciando a loro volta. Questo ha portato l’eccesso di offerta ad aumentare ancora e i prezzi a scendere. L’obiettivo era cercare di eliminare i nuovi player, operazione solo in parte riuscita in quanto l’industria americana è sopravvissuta ed ha persino abbassato i costi medi di produzione. L’industria dello shale oil e la sua quota di mercato sono previste in notevole crescita e sviluppo nei prossimi anni.

In questo scenario, stime del report WEO 2018, riportano che gli Stati Uniti diventeranno, da qui al 2025, il primo produttore mondiale di gas e petrolio, proprio grazie alla rivoluzione della shale. Gli Usa varranno per più del 40% della crescita della produzione mondiale di gas e persino del 75% del petrolio; quasi un barile di petrolio su 5 sarà prodotto in quell’area del mondo.

L’aumento di metano (gas-serra almeno 50 volte più nocivo del CO2) nell’atmosfera osservato dagli scienziati negli ultimi 10 anni pare essere ricondotto in larga parte proprio ai nuovi giacimenti di shale oil e shale gas situati negli Stati Uniti e in Canada. Alcuni calcoli riportano dei dati a dir poco impressionanti; l’aumento delle emissioni da combustibili fossili estratti da scisti è di 12 milioni di tonnellate all’anno, due terzi dell’aumento totale dovuto ai combustibili fossili. Considerando che la produzione di combustibili da shale negli ultimi anni è attribuita in larghissima parte agli Usa, tutto ciò da una dimensione di quanto le scelte energetiche del Paese più potente al mondo avranno influenza sul riscaldamento globale.