Che l’Intelligenza Artificiale (AI) sia sbarcata anche nel mondo del recruiting (selezione e reclutamento del personale) è un dato di fatto.

La capacità di gestire un’enorme mole di dati ed elaborarli, ha fatto di questo sistema il futuro per le aziende e i recruiter (chi si occupa della selezione del personale), tanto che diverse multinazionali se ne stanno servendo.

Ikea ad esempio, con Vera, il robot che gestisce migliaia di candidature all’anno, arriva ad avere fino a 1500 candidati in una sola giornata e questo è solo il primo tentativo ufficiale di impiego dell’intelligenza artificiale nell’ambito della selezione del personale, se ne vedranno delle belle con Google, Apple e Facebook…

L’argomento è stato trattato anche ai Wired Trends 2019, organizzati da Wired e Ipsos, dove si è cercato di dare una dimensione all’impatto dell’AI nel mondo del lavoro, sia dal punto di vista del recruiting appunto, che, nello specifico, delle macchine capaci di imparare sempre più cose nuove in un tempo molto ridotto.

Si stima che ci sarà una crescita prevista del 40% delle apllicazioni di IA al recruiting nel 2022 con un conseguente cambiamento sia per i recruiter che per le risorse umane, ma in positivo o in negativo?

Problemi legati all’AI

Il machine learning (apprendimento svolto dalle macchine), caposaldo dell’AI, ha portato la tecnologia a livelli molto avanzati, come ad esempio la guida autonoma, il riconoscimento facciale, i chatbot e altro ancora, ma in un ambito in cui i soggetti interessati sono persone e in particolare il loro futuro lavorativo, la sua introduzione comporta delle riflessioni.

Una riflessione va fatta sui pregiudizi: secondo molti, un punto a favore dei sistemi di machine learning è quello di non avere pregiudizi, uno dei peggiori nemici dei recruiter, che inconsciamente a volte tendono ad assumere persone seguendo stereotipi.

Tuttavia, se da una parte il cinismo di questi sistemi viene tradotto come la mancanza di pregiudizi, in molti ritengono che sia piuttosto mancanza di empatia e questo probabilmente porta allo scetticismo di chi cerca lavoro verso le aziende che se ne servono.

Infine, oltre ai problemi legati alle percezioni dei candidati, diverse ricerche recenti ipotizzano che i sistemi di machine learning, essendo programmati da noi umani, tendano ad ereditare i nostri stessi pregiudizi, o meglio ritrovarseli, mettendo in dubbio anche la loro funzionalità.

intelligenza artificiale recruiting

Vantaggi

Indubbiamente l’AI dà vantaggi sia all’azienda che al recruiter (colui che deve scegliere determinati candidati).

Se ne sono fatti di passi avanti dall’automatizzare le attività lunghe e ripetitive come lo screening dei curriculum, scrivere gli annunci di lavoro o fissare i colloqui con i candidati.

Ora l’AI permette di:

  1. estrapolare in automatico i CV;
  2. consigliare ai candidati non idonei quali altre posizioni possono ricoprire in azienda
  3. usare l’analisi semantica che fornisce un’interpretazione a determinati comportamenti e azioni permettendo di creare un cluster di candidati;
  4. analizzare video con le risposte dei candidati ad alcune domande per poi valutarne capacità di comunicazione, toni e gesti;
  5. affinare la ricerca delle informazioni online, arricchire le schede dei candidati e dunque suggerirne di simili.

Se il recruiter potesse “delegare” la macchina per svolgere questi compiti, sicuramente avrebbe più tempo per prendere decisioni a livello strategico.

L’intelligenza artificiale infatti permette al recruiter di non interrompere il suo flusso di lavoro, di progettarlo e pianificarlo al meglio.

Un’assistente, non un sostituto.

I prossimi anni?
Per chi entrerà nel mondo del lavoro sarà un vantaggio o una preoccupazione?

Anche le imprese nascenti, in fase di progettazione si approcceranno e si stanno approcciando a queste modalità. I produttori stessi dei software, hanno compreso che l’AI nel mondo del recruiting non è un trend passeggero, ma un elemento disruptive.

È tutto l’ecosistema che si sta modificando, se da una parte l’approccio con una macchina piuttosto che con una persona può risultare apatico, dall’altra può far prevalere le competenze e le skills più semplicemente identificabili e dunque forti ed evidenti.

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Sta ad ognuno di noi considerarla un’utopia o un progresso, l’unica cosa certa è che cambierà la figura del recruiter, da prettamente selezionatore a strategico.

– articolo a cura di Iole Trombetta.