Ormai le notizie di evasione fiscale, pratiche di concorrenza sleale e violazione della privacy sono letteralmente all’ordine del giorno quando si parla dei colossi tecnologici. Non ultima è la notizia di una possibile enorme violazione operata da Youtube sulla privacy dei bambini. Da anni, partendo da quando Mario Monti era commissario alla Concorrenza, l’Ue ha adottato un atteggiamento deciso e intollerante nei confronti delle cosiddette Big Tech, non esitando a indagarle e a multarle, oltre che a limitare i loro comportamenti con nuove normative legislative sulla privacy (i.e. GDPR). Gli Usa, d’altro canto, hanno trascurato la tematica e non hanno mai adeguato le loro normative antitrust (risalenti a decenni prima dell’avvento di Facebook) oltre a non aver mai effettuato indagini approfondite sul livello competitivo del paese nei settori tecnologici.

Tuttavia, qualcosa è cambiato con lo scandalo Cambridge Analytica, quando, un’indagine del New York Times e del Guardian scoprì che una società di analisi aveva raccolto i dati personali di oltre 50 milioni di utenti di Facebook. L’azienda di Mark Zuckerberg sarà costretta a pagare una maxi-sanzione da 5 miliardi di dollari. Da quel momento, il tema della limitazione dei comportamenti competitivi di queste grandi aziende è diventato quasi quotidiano all’interno dei partiti politici americani. Le agenzie di regolamentazione dell’Amministrazione americana, dopo anni di quasi disinteresse, si sono sorprendentemente attivate e hanno deciso di dividersi i compiti: il Dipartimento di Giustizia si occuperà di eventuali inchieste su Google e Apple, mentre la Federal Trade Commission (FTC) avrà competenza su Facebook e Amazon.

Persino il Congresso ha deciso di mettersi in moto e nel mese di giugno ha aperto un’indagine al fine di verificare se esistano, nell’industria delle grandi aziende della Silycon Valley, fatti di abuso di posizione dominante, con connessa violazione delle leggi antitrust. L’apertura dell’indagine ha generato in tanti la consapevolezza della necessità di disegnare una seria riforma antitrust, che tenga conto, non soltanto dei prodotti finali e del prezzo a cui vengono venduti, ma anche dei nuovi processi di acquisizione dei dati e di ciò che da essi consegue. Infatti, è ormai chiaro a tutti che in realtà le piattaforme digitali non sono gratuite per gli utenti, i quali, inconsapevolmente, pagano concedendo i loro dati e quindi una parte della loro privacy. Siamo sicuri che il prezzo pagato (con i dati) dagli utenti sia proporzionale al servizio social/mail offerto da Facebook e Google? E non solo, i colossi del tech potrebbero produrre inefficienze di mercato anche in maniera indiretta; immaginiamo una grande azienda che spende milioni di euro in advertising sui social, è chiaro che questi costi verranno scaricati sul consumatore finale.

Al lavoro del congresso, si sono affiancati negli ultimi due mesi il Dipartimento di Giustizia e la FTC, i quali hanno aperto delle indagini su tutti i Big Tech per dei possibili comportamenti di concorrenza sleale e di abuso di posizione dominante. Persino le procure dei singoli stati si sono mobilitate: il procuratore generale di New York ha annunciato da qualche giorno l’apertura di un’inchiesta su Facebook e ben 50 stati americani hanno aperto un’altra inchiesta congiunta su Google, a cui soltanto California e Alabama non hanno aderito.

Gli Usa hanno cambiato completamente atteggiamento nei confronti dei monopoli tecnologici e sembra vogliano allinearsi all’Ue non solo in termini di vigilanza ma anche di regolamentazione. L’obiettivo è probabilmente quello di incrementare il livello di competizione in questo settore dove tantissimi player innovativi rischiano di avere barriere d’accesso a dir poco invalicabili. Sembra di tornare indietro di 20 anni, al 1998, quando il Governo federale aprì un’indagine antitrust contro Microsoft che sarebbe durata 12 anni e avrebbe fortemente limitato la crescita della società oltre che la sua reputazione. Il risultato fu l’allentarsi del monopolio di Bill Gates e il conseguente avvento dei player di cui oggi parliamo: Facebook, Apple e Google.