I giganti del web hanno fatturati davvero incredibili, numeri da far girare la testa, si parla di miliardi di euro in tutto il mondo. Qualche numero riportato da Repubblica: i colossi della rete Facebook, Apple, Airbnb, Twitter e Tripadvisor, che collettivamente fatturano diversi miliardi nel nostro Paese, nel 2017 hanno versato al fisco solamente 11,7 milioni di euro. Google Italy ha versato in tasse 42,7 milioni di euro nel 2017, che possono sembrare tanti, ma in realtà non sono altro che una una minima parte del fatturato.

La Legge di Bilancio 2019, in vigore dal 1°gennaio 2019, prevede l’introduzione della Web Tax, con la quale, l’erario italiano andrà a incassare circa 114 milioni di euro all’anno. Con Web Tax si indica la legge che punta, nell’era dell’economia digitale, alla regolamentazione della tassazione per le multinazionali che operano in Rete, un’imposta sui servizi digitali che vede coinvolte le aziende che operano nell’ambito dei motori di ricerca, social network, marketplace e-commerce, portali di sharing economy e simili.

Le differenze tra la legge di bilancio del 2018 e quella del 2019 si presentano in linea con l’impronta europea, in un’ottica di tassazione equa ed improntata alla crescita, infatti la proposta della Commissione Europea di Digital Service Tax (DST) presentata il 21 marzo 2018, prevede una tassazione del 3% sui ricavi provenienti da: pubblicità in rete, intermediazione digitale e vendita dei dati raccolti dagli utenti, identificate come “fonti di ricavi provenienti da attività nelle quali gli utenti giocano un ruolo fondamentale nella creazione del valore”.

 

Non manca scetticismo riguardo la Web Tax, perché la scelta di aumentare le entrate inserendo una imposta sui servizi digitali, sebbene si applichi soltanto a grandi imprese che presentano le seguenti caratteristiche: prestano servizi digitali, hanno un ammontare complessivo di ricavi pari o superiore a 750 milioni di euro, di cui almeno 5,5 milioni realizzati nel territorio italiano per prestazione di servizi digitali; rischia di ripercuotersi anche sulle piccole e medie imprese italiane che utilizzano i servizi digitali per promuoversi o vendere i propri prodotti, che si ritrovano a dover subire una doppia tassazione, quella prevista dall’ordinamento italiano e la Web Tax. Un’imposta che colpisce i ricavi anche delle aziende italiane del settore già soggette al prelievo ordinario, con una nuova tassa che rischia di deprimere ulteriormente i bilanci delle imprese.

Con la nuova imposta le imprese italiane che risultano clienti delle multinazionali del web dovranno trattenere sulle fatture l’imposta del 3% sul fatturato e riversarla al Fisco, il prelievo colpisce soltanto il B2B, esclusi quindi servizi come Netflix e Spotify. Tramite un apposito decreto inoltre gli intermediari finanziari saranno obbligati anche a segnalare all’Agenzia delle Entrate tutte le transazioni effettuate dalle imprese italiane con questi colossi.

Allo stesso tempo dall’altro capo del mondo, Amazon, il colosso dell’e-commerce fondato e guidato da Jeff Bezos, l’uomo più ricco del mondo, nel 2018 ha registrato un incremento record dei profitti grazie alla crescita della società, ma sui suoi utili prodotti durante l’anno, pari a 11,2 miliardi di dollari, ha pagato zero tasse. L’effetto causato dall’imposta, potrebbe portare ad aumento dei prezzi di beni e servizi, anche quelli tradizionali, ma comprati sulle piattaforme digitali, così come sullo sviluppo tecnologico.

 

Articolo di Giovanni Ciriello