Mese: Agosto 2020

  • Guida al trading online | Part 5: opzioni e certificates

    Guida al trading online | Part 5: opzioni e certificates

    Breve rubrica sul perché la maggioranza di chi si approccia ai mercati perde soldi e sul come mettersi nelle condizioni di guadagnare nel tempo

    Con questa rubrica di più articoli, a cura di Davide Serafini — studente di Economia e Finanza all’Università di Modena e Reggio Emilia e trader part time in opzioni con interesse per il trading quantitativo e sistematico —  affronteremo passo per passo il mondo del trading online, sfatandone alcuni miti ma allo stesso tempo dando una panoramica interessante da un punto di vista generale. Buona lettura!

    Nelle precedenti puntate abbiamo analizzato alcuni dei principali strumenti finanziari, in particolare azioni, obbligazioni, ETF e futures. In questa quinta parte ci focalizzeremo su opzioni e certificates.

    Le opzioni

    Le opzioni sono dei contratti derivati detti asimmetrici in quanto assegnano al possessore non un obbligo ma un diritto. Il compratore di una opzione, pagando un premio, ha il diritto di decidere da quel momento fino a una data futura se effettuare oppure no l’acquisto o la vendita dell’attività sottostante. Al contrario il venditore, ricevendo un premio, ha solo obblighi e non ha potere decisionale. Ovviamente l’opzione verrà esercitata dal compratore solo nel caso in cui abbia convenienza a farlo.

    L’opzione è quindi un contratto derivato che attribuisce al possessore del contratto il diritto, ma non l’obbligo, di acquistare o vendere il sottostante dell’opzione ad un determinato prezzo (strike price) a (o entro) una determinata data. La possibilità di esercitare l’opzione è limitata solo a scadenza nel caso di opzione di stile europeo, mentre una opzione di stile americano può essere esercitata in qualunque momento durante la vita del contratto.

    Le opzioni si dividono in CALL e PUT: la call permette al compratore di acquistare l’attività sottostante, al contrario, la put di vendere. Il funzionamento delle opzioni è molto simile a quello delle assicurazioni; chi compra una opzione è l’assicurato, paga un premio all’assicuratore per proteggersi da futuri rischi, e il premio pagato è il suo massimo rischio. Il venditore dell’opzione è l’assicuratore, che a fronte di un premio ricevuto, si espone a rischi più grandi, potenzialmente infiniti, nel caso di un sinistro per l’assicurato.

    Quindi, fatta questa breve introduzione, chi venderebbe un’opzione? Sembrerebbe una follia esporsi a rischi potenzialmente infiniti, quando, spendendo poche centinaia di euro, è possibile beneficiare di rialzi e ribassi rischiando appunto solo quel premio pagato. In realtà se si osserva, per esempio, lo skyline di una città come Milano, difficilmente vedrete il palazzo del signor “Rossi”, mentre più probabilmente vedrete l’insegna delle più grandi assicurazioni italiane o internazionali, e i loro uffici all’interno del palazzo. Questo per dire che se l’assicuratore sa fare bene il suo mestiere riesce a mitigare il rischio e beneficiare dei premi pagati dagli assicurati, sempre sperando che i sinistri da rimborsare siano il numero più basso possibile. Questo esempio preso dalla realtà si addice molto bene ai mercati finanziari: esistono infatti sottostanti che, avendo una volatilità implicita (la volatilità attesa dagli operatori e incorporata nel prezzo delle opzioni) molto elevata rispetto a quella realmente realizzata sul mercato, generano opportunità per la vendita sistematica di opzioni. In ogni caso la vendita di opzioni non è consigliata a un trader alle prime armi.

    L’acquisto di opzioni, e più precisamente l’acquisto di put, è anche il modo migliore per proteggere il portafoglio in caso ci si aspetti movimenti futuri avversi. Infatti, pagando un premio relativamente piccolo è possibile proteggere il proprio portafoglio limitando notevolmente la perdita. A differenza dei futures, in cui lo strike price è il prezzo a cui viene stipulato il contratto, nelle opzioni è possibile scegliere lo strike price desiderato tra tutti quelli quotati in base alla distanza dal prezzo e in base al tempo mancante alla scadenza.
    A seconda dello strike individuato e del prezzo sottostante, un’opzione può essere definita in 3 modi diversi:

    • In the money (ITM): per le call quando PREZZO > STRIKE PRICE, per le put quando PREZZO < STRIKE PRICE;
    • At the money (ATM): quando PREZZO = STRIKE PRICE sia per le call che per le put;
    • Out of the money (OTM): per le call quando PREZZO < STRIKE PRICE, per le put quando PREZZO > STRIKE PRICE.

    Di conseguenza più una opzione sarà OTM, minore sarà il suo prezzo. Viceversa, per il caso ITM.

    I certificates

    Altri strumenti che hanno una struttura in derivati al loto interno sono i CERTIFICATES. A differenza degli strumenti visti precedentemente i certificates non sono contratti ma titoli emessi da una banca o altro istituto (emittente), negoziati sul mercato, e, in base alla struttura, costituiscono una valida alternativa all’investimento diretto nel sottostante.

    Essendo emessi da singoli emittenti, non esiste un mercato con compratori e venditori ma principalmente è l’emittente che nel book di negoziazione espone i prezzi in acquisto e vendita per chi vuole negoziare quello strumento. Purtroppo, questo porta a pagare uno spread bid-ask che nel caso di emittenti poco corretti può influire notevolmente sul rendimento dell’operazione.

    I certificates si dividono in due principali categorie:

    • Con effetto leva;
    • Senza effetto leva (anche definiti investment certificates).

    Come per gli ETC a leva, quelli con effetto leva hanno parecchie criticità derivanti proprio dal metodo di calcolo della leva e per questo è sconsigliato tenerli in portafoglio a lungo. Con i certificates a leva ci si espone al rischio dell’azzeramento dello strumento; per gli strumenti a leva 7, più diffusi e trattati sul mercato, amplificando una variazione del sottostante di 7 volte, basta una variazione del 14,5% del sottostante per vedersi azzerare completamente il valore dello strumento e i soldi investiti nell’operazione.

    Non è un evento così remoto, solo a metà marzo è successo in due giorni sia per i leva short che per i leva long.
    https://www.marketmovers.it/2020/03/azzerati-i-certificati-leva-7-sul-ftse.html

    E anche sul petrolio, come mostrato prima, il risultato non è stato migliore.
    https://bit.ly/3j59hnn

    Per quanto riguarda gli investment certificates, li ritengo invece molto interessanti anche per l’investitore comune. Replicano passivamente il sottostante, ma attraverso particolari opzioni acquistate dall’emittente per la struttura del certificato, è possibile ottenere particolari benefici, come il capitale protetto o un determinato profitto sia dal rialzo che dal ribasso del sottostante.

    I certificates, anche per via dell’esistenza di diverse tipologie, richiedono, rispetto ad altri strumenti più lineari, uno studio approfondito e dettagliato. Tuttavia, si tratta di uno strumento estremamente interessante che permette di ridurre i rischi frazionando il capitale. Ciò permette anche agli investitori più piccoli che non si possono permettere di negoziare derivati, di ottenere benefici in particolari condizioni. Come per le obbligazioni sono soggetti a rischio emittente e, in caso di insolvenza, devono essere rimborsati, ove possibile, al prezzo corrente di mercato.

    Nel prossimo articolo continueremo l’analisi degli strumenti finanziari focalizzandoci sul mercato FOREX (Forex Exchange Market).

    Articolo di Davide Serafini
    Studente di Economia e Finanza all’università di Modena e Reggio Emilia. Trader part time in opzioni con interesse per il trading quantitativo e sistematico.

  • Intervista a Nicola lotti, Co-founder e CTO di Caligoo

    Intervista a Nicola lotti, Co-founder e CTO di Caligoo

    Qualche giorno fa abbiamo avuto l’occasione di intervistare Nicola lotti, Co-founder e CTO di Caligoo.

    Il progetto che illustreremo ha le radici in Italia, più precisamente in provincia di Reggio Emilia, ma nasce, cresce e si sviluppa a Bend nello Stato dell’Oregon (USA).

    Il nostro intervistato, è un ingegnere elettronico, specializzato nel campo delle reti e della telecomunicazione.
    La sua prima esperienza imprenditoriale arriva con Guglielmo S.r.l., fondata nel 2004 da Nicola e altri 2 soci a Reggio Emilia, oggi con sede a Gattatico (RE). Questa società, finanziata in maniera tradizionale (capitale iniziale apportato dai soci senza ricorso al mercato dei capitali) si è caratterizzata per una crescita lenta ma costante, che l’ha portata ad essere il principale player in Italia, nella nicchia delle reti Wi-Fi open negli spazi pubblici e negli esercizi commerciali.

    Il focus dell’azienda è sempre rimasto lo sviluppo del prodotto attraverso un processo di ricerca continuo, come si addice a un operatore dell’ambito IT; questo avviene anche grazie allo stretto rapporto con il mondo universitario e l’assunzione di giovani risorse tra i neo-laureati.

    Nicola ha conseguito tra il 2014 e il 2017 un PhD in Information Technologies all’Università di Parma, che gli ha permesso di affinare ulteriormente le sue conoscenze nell’ambito delle reti e soprattutto gli ha dato la possibilità di lavorare negli USA all’interno di progetti, in collaborazione con i colossi IT della Silicon Valley.

    Nel 2017 i soci di Guglielmo e altri componenti del team tecnico hanno fondato la startup Caligoo. L’headquarter della neonata società si trova a Bend (Oregon) anche se il cuore pulsante dello sviluppo dei prodotti resta in Italia. L’obbiettivo è intraprendere un processo di finanziamento tramite fondi di venture capital negli Stati Uniti, con la consapevolezza che questo porterà il progetto a un veloce successo o al contrario a un rapido fallimento.

    IL PROCESSO DI FINANZIAMENTO

    Caligoo è una società di diritto americano, questo le permette di rivolgersi al mercato dei capitali USA in maniera autonoma.

    Come ci ha spiegato Nicola il fundraising si è dimostrato una sfida completamente nuova e molto impegnativa. Uno degli step fondamentali è elaborare un pitch efficace e convincente per i possibili investitori; questo richiede la capacità di semplificare concetti molto complessi e individuare le giuste leve per attrarre l’attenzione degli investitori. A tal proposito ci ha illustrato l’importanza di abbandonare parzialmente l’approccio ingegneristico, rinunciando a spiegare interamente la tecnica dietro le soluzioni proposte, privilegiando, invece, una narrativa che possa essere comprensibile anche ai non addetti ai lavori.

    L’attività di fundraising ha occupato a tempo pieno i soci di Caligoo, almeno per il primo anno, costringendoli, in questo primo momento, a mettere da parte l’attività commerciale di penetrazione del mercato.

    La ricerca di capitali è stato un parziale successo: nonostante non sia stato raggiunto il target sperato, questa è stata l’opportunità per avere una presenza stabile e per elaborare un piano per gli States. Le risorse per l’early stage sono arrivate da Seven Peak Ventures, un fondo di venture capital locale a Bend, specializzato nel finanziamento iniziale per avviare le attività operative. Altri capitali sono invece stati reperiti tramite business angel, investitori privati, sia italiani che nordamericani.

    IL PRODOTTO

    Il servizio offerto da Caligoo si concentra sulla raccolta e attivazione dei dati, ossia studiare i clienti e definire come interagire con loro al fine di aumentare le vendite, migliorando la customer experience in maniera innovativa. Ciò avviene attraverso la costituzione di un contatto digitale avanzato, cucito intorno al cliente.

    Il prodotto offerto si sostanzia in un applicativo di profilazione dell’utente, in grado di offrire la personalizzazione dell’esperienza di acquisto, basata sulla correlazione di informazioni contestuali e dati ottenuti tramite vari canali digitali in particolare legati al mondo mobile, come le app, i digital wallet o la rete Wi-Fi.

    La startup è business-to-business: il target di cliente è costituito da tutte le tipologie di esercizi commerciali che si interfacciano con clienti in presenza, all’interno di uno store fisico, e che sono interessati ad offrire la migliore esperienza d’acquisto possibile. Si tratta, per lo più, di centri commerciali e punti vendita affiliati a grandi catene, ma anche filiali bancarie e singoli negozi di vendita al dettaglio. Caligoo viene pertanto ingaggiata per costruire la soluzione tecnologica, con la quale gli store/esercizi commerciali si rivolgono ai propri clienti finali.

    Tecnicamente il servizio prevede la raccolta di dati degli utenti (cioè i clienti dei negozi) e l’analisi di questi tramite un algoritmo, il quale invia loro una serie di azioni, volte all’ottimizzazione dell’esperienza di acquisto.

    Approfondiamo l’articolazione dell’offerta per fasi:

    1. Raccolta dati: può essere una raccolta anonima se il cliente non concede autorizzazioni esplicite (come la posizione interna all’interno dell’esercizio, ottenibile mediante la rete Wi-Fi) oppure con autorizzazione, che permette di offrire una maggiore customizzazione dell’esperienza, avendo più dati a disposizione come avviene con l’utilizzo di app mobile;
    2. Cognitive Engine: il codice che calcola quali azioni proporre al cliente, è il fulcro centrale della soluzione da un punto di vista logico e si trova a livello back end. Esso si interfaccia con i dati ricevuti e ottenuti (quindi sia attraverso l’interazione diretta con il cliente, che indirettamente, grazie a dati ambientali, relativi, ad esempio, al clima, all’affollamento nella zona, ecc.) ed elabora le possibilità di interazione da proporre;
    3. Contatto con il cliente: questo può avvenire tramite 3 diversi strumenti, in base alla tipologia di soluzione implementata dal negozio. Di conseguenza anche le azioni che si richiedono di compiere al cliente sono differenti:
      Smart screen: letteralmente schermo digitale, come come gli schermi pubblicitari che vediamo in aree pubbliche e che Caligoo è in grado di rendere interattivi attraverso la scansione di codici QR e senza la necessità di installare app. Consentono sia azioni dirette sullo schermo che di scaricare un pass che viene aggiunto nell’app wallet, integrata negli smartphone;Digital wallet: questa funzionalità, predefinita su molti device mobili come l’iPhone, viene sfruttata scaricando un pass, il quale consente a terzi (in questo caso Caligoo) di inviare notifiche agli utenti. È uno strumento monodirezionale e passivo;App: il possesso dell’applicazione del locale/centro commerciale/catena di punti vendita consente il massimo grado di interazione. Grazie ad essa è possibile accedere ad una quantità di informazioni di gran lunga superiore rispetto alle altre soluzioni. Inoltre, si hanno anche molti più strumenti per contattare il cliente/utente e offrigli azioni da compiere. I servizi di Caligoo vengono implementati inserendo una porzione di codice, che ne abilita la funzionalità, all’interno del codice sorgente dell’app proprietaria preesistente dello store.

    La possibilità di fare installare l’applicazione a tutti i clienti non è un obbiettivo semplice da perseguire, in particolare se si tratta di singoli negozi/esercizi commerciali e non di grandi catene. Per questo si utilizzano armonicamente queste tre vie, con la possibilità di adattare la soluzione implementata al contesto specifico. La flessibilità di adattamento della soluzione da implementare al caso specifico è una caratteristica fondamentale per Caligoo, almeno in questa prima fase, al fine di acquisire un portafoglio stabile di clienti. Infatti, sostiene Nicola: “più introduci complessità e azioni da far compiere al cliente, minori sono le probabilità di chiudere il deal”.

    Vengono offerte anche soluzioni di fog computing per soddisfare esigenze particolari di alcune categorie di clienti come possono essere le banche. Si tratta di una tecnologia che prevede un’architettura di logica inversa rispetto a quella del cloud computing: invece che decentralizzare su server non di proprietà, viene progettata e costruita una struttura fisica di rete interna all’attività (con server propri), che consente di offrire maggiori standard di sicurezza (edge computing) e di ridurre i tempi di elaborazione e di attesa per i clienti. È evidente che si tratta di una situazione particolare, necessaria per pochi, che comporta anche costi rilevanti. Tuttavia, a nostro parere, offrire soluzioni di questo livello è fonte di vantaggio competitivo non irrilevante.

    Infine l’aspetto legale è stato preso molto seriamente e sono subito state incaricate figure che verificassero l’aderenza alle norme in questo ambito, in particolare alla stringente GDPR europea.
    Oltre a garantire il massimo rispetto nella raccolta e l’utilizzo dei dati, Nicola si è soffermato sull’importanza di richiedere al cliente dati che siano funzionali all’esperienza di acquisto. Infatti, in seguito ad un’attenzione alla privacy più diffusa, alla richiesta di informazioni generali, la reazione è spesso avversa rispetto al dichiarare dati personali. Lo stesso non avviene di fronte alla domanda di informazioni direttamente correlate all’attività di vendita, per questo le soluzioni offerte da Caligoo, nel caso richiedano l’inserimento di informazioni aggiuntive da parte del cliente, privilegiano quesiti strettamente attinenti all’esperienza d’acquisto.

    CONCLUSIONI

    A nostro avviso Caligoo rappresenta una realtà molto interessante, crediamo infatti che si occupino di un settore finora piuttosto trascurato. Non è infrequente imbattersi in applicazioni mobile, Smart screen o reti Wi-Fi pubbliche, offerte da esercizi commerciali, poco funzionali, i cui costi per il mantenimento non sono di certo compensati da una maggiore redditività.

    I brand grandi e piccoli sono ora in grado di raccogliere dati dal loro asset digitale, ma il pezzo mancante è la capacità di “attivare” questi dati, ovvero di metterli in tempo reale a disposizione della customer experience e di conseguenza incrementare anche i ricavi. Al fine di raggiungere una crescita consistente di fatturato la scelta più azzeccata riteniamo potrebbe essere quella di puntare sui clienti che possano garantire ingenti contratti, così da assicurarsi entrate costanti e certe. Inoltre, il prodotto offerto da Caligoo è maggiormente ottimizzato per quegli esercizi commerciali che possiedono un’applicazione proprietaria, la quale permette di raggiungere il massimo grado di interazione con l’utente finale.

    Il target di cliente ideale è costituito da grandi centri commerciali e catene della ristorazione, che possiedono tutte queste caratteristiche.
    Riteniamo che il prossimo step fondamentale di crescita sarà riuscire a concludere qualche contratto grosso con questi ultimi, i quali sono i soggetti maggiormente disposti a pagare cifre consistenti per ottimizzare in maniera sostanziale il processo di interazione digitale con i propri clienti. Infine, l’attuale organizzazione del lavoro a progetto, la quale garantisce un’ampia possibilità di personalizzazione per il singolo committente, genera buoni margini di profitto soprattutto lavorando su grandi contratti, per i quali il notevole impiego di know-how specialistico può essere adeguatamente remunerato.

     

    Intervista a cura di Federico Musi e Federico Puddu del VGen Innovation HUB Bocconi

  • EIC Fund: la Commissione europea entra nel capitale delle startup

    EIC Fund: la Commissione europea entra nel capitale delle startup

    L’ecosistema dell’innovazione necessita di investitori professionali e istituzionali per accompagnare i progetti innovativi nelle fasi più critiche del loro stadio di vita. La pandemia da Covid-19, se da una parte ha reso evidente l’inadeguatezza di una parte del tessuto produttivo al cambiamento, dall’altra ha favorito l’accelerazione di forme di investimento diretto nel capitale di rischio di progetti imprenditoriali altamente innovativi e caratterizzati da un alto grado di flessibilità. È il caso dell’iniziativa in capo alla Commissione europea, che ha lanciato una nuova formula di finanziamento per le startup che scopriremo di seguito.

     

    Innovazione e venture capital: a che punto siamo?

    La performance in ricerca e innovazione dei paesi UE continua a migliorare ad un ritmo costante, come confermato dal quadro europeo di valutazione dell’innovazione (EIS – European Innovation Scoreboard) per il 2020, mostrando un vantaggio rispetto agli USA ma perdendo posizioni rispetto ai maggiori concorrenti globali, quali Australia, Giappone e Corea del Sud. Per quanto riguarda l’Italia, pur presentando un trend positivo nell’ultimo decennio, non spicca né tra i leader né tra i paesi forti sull’innovazione, bensì figura tra gli “innovatori moderati”, con un rendimento inferiore a quello della media europea. Tra i 27 indicatori usati al fine di valutare il rendimento dell’innovazione, nel caso italiano, tra i più bassi vi è quello inerente finanziamenti e aiuti; questo include le spese di venture capital segnate al valore di 51,5 Summary Innovation Index, mentre il livello medio europeo si attesta almeno a 23 punti in più[1]. L’Italia sconta un forte ritardo per capitale investito nel venture capital e, nonostante alcuni sforzi siano stati compiuti negli ultimi anni, il tasso di crescita del settore è ancora inferiore rispetto a diversi paesi europei.

    Molti progetti di ricerca hanno infatti difficoltà ad attrarre finanziamenti in equity e passare alla fase di commercializzazione. È per questo necessario colmare il gap di finanziamenti che interessa le attività di trasferimento tecnologico, vale a dire del passaggio di conoscenza, competenze, metodi di fabbricazione, campioni di produzione e servizi dall’ambito della ricerca scientifica a quello del mercato. Esistono già strumenti finanziari a supporto delle imprese innovative, sia tramite entità di carattere nazionale come CDP Venture Capital SGR – un vero e proprio impulso all’ecosistema del venture capital italiano –, sia a livello europeo, con il Fondo Europeo per gli Investimenti (FEI) e le azioni della Banca Europea degli Investimenti (BEI). Invece, risale a giugno 2020 la notizia dell’istituzione di un nuovo fondo di investimenti creato dalla Commissione europea e che avrà quote di partecipazione previste tra il 10% e il 25%.

    Per la prima volta la Commissione decide di fare la sua parte anche con degli investimenti diretti nel capitale di rischio delle aziende che fanno innovazione. L’iniziativa prende il nome di EIC Fund (in italiano European Innovation Council Equity Fund), e rappresenta uno strumento a sostegno dell’ecosistema innovazione e delle startup a livello europeo.

     

    Cos’è l’EIC fund?

    Nel giugno 2018, nel valutare i progressi del programma Horizon 2020, il Consiglio europeo ha invitato la Commissione a lanciare per il restante biennio 2019 – 2020 una nuova iniziativa a favore della crescita di PMI e startup innovative sui mercati europei e globali, vale a dire per la fase di scaling up. È stata così avviata la fase pilota dell’European Innovation Council (EIC) Accelerator, a sostituzione del precedente SME Instrument.

    Il nuovo strumento del Consiglio europeo per l’innovazione, che troverà più completa realizzazione nel prossimo Quadro finanziario pluriennale 2012 – 2027, nonché nel futuro Horizon Europe, prevede un fondo ad hoc per attrarre co-investitori e investimenti privati.

    La vera novità del fondo rispetto allo SME Instrument riguarda la modalità di finanziamento. Infatti, le aziende selezionate nell’ambito dei bandi dell’EIC Accelerator potranno accedere sia ad una sovvenzione (grant) – compresa tra 500 mila e 2,5 milioni di euro con un tasso di cofinanziamento del 70% – sia ad un finanziamento misto (blended finance) composto da un contributo UE e da una componente di equity. Proprio quest’ultima viene implementata per mezzo dell’EIC Fund, istituito a giungo 2020, il quale investirà tranche da 500 mila a 15 milioni di euro. La Commissione europea parteciperà così al capitale di rischio delle startup, con quote gestite dalla Banca Europea degli Investimenti (BEI) nel ruolo di advisor. Inoltre, il fondo, con il consenso dei beneficiari, metterà in contatto le aziende con la sua rete di mentor, con l’obiettivo di fornire assistenza e raccomandazioni per sviluppare il progetto di business.

    L’operazione della Commissione è rilevante sia perché permette di snellire il processo di assegnazione e gestione dei fondi, sia perché offre una maggiore e più concreta assistenza a coloro che fanno innovazione d’impresa ad alto impatto innovativo. Lo strumento EIC è dedicato a top-innovators, imprenditori, piccole compagnie e ricercatori con brillanti idee e l’ambizione di crescere a livello internazionale. Il finanziamento è pensato per prodotti, servizi o modelli di business radicalmente diversi da quelli esistenti, prevalentemente con applicazione deep tech, tra i cui settori prioritari troviamo energia, ingegneria avanzata, life sciences, digitale, spazio, azione per il clima, mobilità del futuro e innovazione sociale. L’EIC Fund vuole dare opportunità su scala globale alle startup che, pur avendo sviluppato innovazioni di alto valore, non riescono a raccogliere fondi a sufficienza per poter finanziare le loro attività.

    Come sottolineato dal Vicepresidente della BEI, Ambroise Fayolle, le startup sono driver della creazione di lavori altamente qualificati e di crescita, nonché chiave della competitività e della leadership strategica d’Europa. Il fallimento del mercato europeo che rende difficile ottenere finanziamenti va affrontato. Primo nel suo genere, l’EIC Fund – sostiene la Commissaria europea per l’innovazione, Mariya Gabriel – aiuterà a portare rapidamente i prodotti delle startup sui mercati europei e globali, facendo crescere i talenti all’interno dell’UE.

     

    Il potenziale italiano

    Dall’avvio della fase pilota dell’EIC Accelerator nel novembre 2019, sono state 140 le PMI e le startup individuate dalla Commissione UE per accedere ai finanziamenti misti in equity, per un totale di circa 582,6 milioni di euro. Per quanto riguarda le selezioni di novembre 2019, gennaio e marzo 2020, tra le italiane hanno vinto il finanziamento solo due aziende[2]; il numero non cambia per luglio, quando le selezioni sono avvenute nello specifico nell’ambito del Green Deal e dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, come richiesto dall’aggiornamento di marzo 2020 al programma di lavoro EIC, che è stato finalizzato – tra le altre cose – a fornire speciale supporto alle iniziative imprenditoriali con CEO donna (“led by women”). Seguirà il round di novembre 2020 che, a seconda della domanda e della qualità delle proposte, potrà contare su almeno un terzo del budget totale messo a disposizione dal Consiglio europeo per l’innovazione, per un ammontare di circa 10 miliardi.

    Vale la pena specificare che, secondo l’EIS 2020[3], l’Italia va molto bene nell’innovazione delle piccole e medie imprese, con un forte risultato in termini di innovazioni di prodotto/processo, organizzative e di marketing e infine di innovazione in-house, per un valore totale superiore di circa 13 punti a quello medio europeo. Il potenziale italiano necessario per accedere ai fondi è quindi altissimo e l’opportunità offerta dalla Commissione europea va colta e sfruttata nel migliore dei modi, ora più che mai, al fine di contrastare l’impatto pesantissimo della pandemia e di gestire efficacemente la trasformazione strutturale che caratterizza questo periodo.

    Fonti:
    [1] https://ec.europa.eu/growth/industry/policy/innovation/scoreboards_en
    [2] https://ec.europa.eu/research/eic/pdf/ec_rtd_eic-accelerator-blended-finance.pdf
    [3] https://ec.europa.eu/docsroom/documents/41880

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