Live webinar da non perdere per tutta la Community di VGen!
In questa occasione incontreremo Claudio Piccarreta, CEO di Plusimple, startup innovativa a vocazione sociale che opera nel settore sanitario.
Verranno presentate e approfondite le tematiche relative alla Digital Health Care e all’evoluzione del relativo settore negli ultimi anni, in particolare a seguito della recente epidemia da Covid-19.
Contenuti: • Introduzione generale al settore della Healthcare • Stato dell’arte del settore • Evoluzioni degli ultimi anni e prospettive future. • I processi di digitalizzazione (sia privata che pubblica) nell’Health Care • Il rapporto tra sanità e analisi dei dati • Plusimple: storia, prodotto, tecnologia e vision • Consigli ai giovani ascoltatori • Domande dal pubblico
“Ciò che realizziamo oggi, come gruppo, è qualcosa che non è mai stato fatto prima nella storia”. Con queste parole Bernard Bigot, Direttore Generale di ITER (International Thermonuclear Experimental Reactor), ha inaugurato il 26 maggio scorso l’inizio delle operazioni di posizionamento del primo componente del più grande reattore a fusione nucleare sperimentale al mondo. Operazione portata a termine con successo negli scorsi giorni, completando di fatto la prima fase di un progetto che vede coinvolti 35 paesi (UE, Giappone, Stati Uniti, Russia, Cina, India e Corea del Sud) con l’obiettivo di validare e incrementare le attuali conoscenze sulla fisica del plasma e acquisire il know-how necessario allo sviluppo di una successiva generazione di reattori (DEMO) per la produzione di energia elettrica sfruttabile da utenze esterne.
Si tratta del primo reattore a fusione capace di far registrare un bilancio energetico positivo. Un progresso tecnologico tale da permettere la produzione di 500 Megawatt di energia a fronte di 50 Megawatt forniti in input. Con un fattore di guadagno Q = 10, TIER sgretola il precedente “record” del reattore JET (Q = 0,67).
Il primo pezzo installato di questo “piccolo sole” è la base del criostato (per la quale produzione sono stati necessari 10 anni di lavoro), una componente cilindrica di altezza e diametro di 30 metri e 1250 tonnellate di peso. Criostato che risulta essere una delle parti più importanti dell’intera opera in quanto in grado di garantire la superconduttività dei magneti del Tokamak, spazio nel quale risiederanno la camera a vuoto dove avverrà la fusione e dove sarà situato il sistema di magneti e superconduttori necessario al confinamento del plasma.
L’opera situata a Cadarache, nel sud della Francia, dovrebbe entrare in funzione nel 2025, anno nel quale si produrrà il primo plasma che per raggiungere la temperatura di fusione necessaria dovrà riscaldarsi per oltre 10 anni garantendo le prime reazioni utili alla produzione di energia per il 2035.
Finanziato per il 45% dall’Unione Europea il progetto TIER vede l’industria italiana come grande protagonista. Nove dei diciotto magneti superconduttori, necessari per creare il campo magnetico in grado di intrappolare il plasma ad una temperatura di 150 milioni di gradi centigradi, sono infatti prodotti nel nostro paese da Asg Superconductors di La Spezia in collaborazione con ENEA and Cnr, e su commessa del consorzio europeo Fusion for Energy (F4E).
TIER avrà il compito di dimostrare la fattibilità della produzione di energia attraverso la fusione nucleare. Ci troviamo quindi ad osservare una delle opere capaci nel prossimo futuro di rivoluzionare completamente il settore energetico; per poi cambiare il mondo andando ad affiancare alle fonti rinnovabili un importantissimo alleato contro i cambiamenti climatici e le terribili conseguenze di quest’ultimi. Un compagno potenzialmente inesauribile e con una limitata produzione di rifiuti residuali.
Live webinar da non perdere per tutta la community of VGen.
In questa occasione incontreremo Davide D’Atri, Founder & CEO di Soundreef, la startup che ha messo fine al monopolio secolare della SIAE nel mercato dei diritti di autore. Quella di Soundreef è una storia incredibile di persone, grandi artisti, tenacia, ostacoli, sconfitte, successi, intrighi politici e tribunali.
Contenuti: • Cenni sulla formazione personale • Esperienze lavorative ed extralavorative prima di Soundreef • Nascita di Soundreef: dall’idea e il team, fino al go to market • Soundreef: prodotto, VP, tecnologia e vision • L’esperienza in accelerazione in Luiss Enlabs • L’espansione internazionale • La disputa con SIAE • Il futuro di Soundreef • Consigli ai giovani ascoltatori • Domande dal pubblico
L’Italia vanta una storia importante nelle attività spaziali. È tra i membri fondatori dell’Agenzia Spaziale Europea, è stata tra le prime nazioni al mondo a lanciare satelliti in orbita, ed oggi è la sesta potenza spaziale a livello internazionale. Oltre 600 imprese sono coinvolte nel settore, per un totale di 7mila addetti, impiegati in grandi imprese, PMI e startup.
The Space Economy è un’opportunità importante per l’Europa e per l’Italia. Gli stati europei possono fare la differenza in questo settore, ma per riuscirci devono collaborare e ragionare d’insieme. Il settore non ha un impatto economico soltanto sulle attività spaziali in quanto tali, ma può giocare un ruolo fondamentale nella riduzione dell’inquinamento e nel risparmio dell’energia, nonché favorire vari settori, dalle telecomunicazioni all’industria farmaceutica fino all’agricoltura di precisione.
L’Italia, che ha ospitato alla Fiera di Roma nel 2019 il New Space Economy Expoforum, punta oggi su scelte strategiche ed innovative, cercando di coinvolgere grandi investimenti per il proprio tessuto PMI e startup.7
Il ruolo delle PMI e delle startup nella Space Economy
Lo sviluppo globale di questo mercato ha destato l’attenzione di numerosi attori finanziari e industriali provenienti dal settore privato, in particolare dalla e-economy. Negli Stati Uniti, personaggi di spicco quali Jeff Bezos, Richard Branson, Elon Musk, Sergey Brin e Larry Page, sono quotidianamente impegnati nel finanziamento di grossi progetti aerospaziali.
L’Italia si scontra con una logica di mercato che è basata sul venture business. Questa realtà di mercato, se da un lato offre maggiore competitività, velocità e minori costi, dall’altro rischia di annientare la competizione in tanti paesi come il nostro che non riescono a reggere il passo di colossi dagli investimenti miliardari. Per questo, per essere più competitiva, l’Italia ha bisogno di un partenariato pubblico-privato che favorisca la crescita e lo sviluppo, limitando la burocrazia.
Numerose sono le PMI italiane negli ultimi anni hanno intrapreso nuove avventure spaziali, come nel caso di Avio, produttore di lanciatori spaziali, e di Forgital, gruppo specializzato nella produzione di anelli forgiati e laminati acquisito da Carlyle Group. Le medie imprese lasciano però largo spazio anche ad emergenti startup e aziende più piccole, più difficili da mappare ma essenziali nel settore.
Gli investimenti
I ricavi nel settore a livello nazionale si aggirano intorno ai 2,2 miliardi di euro all’anno, mentre su scala europea il totale è stimato intorno ai 50 miliardi.
Come si può leggere sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico, l’Italia ha definito un Piano Strategico per il 2020 che prevede investimenti per circa 4,7 miliardi di euro, di cui circa il 50% coperto con risorse pubbliche, tra nazionali e regionali. Il Piano, che si articola in 5 linee programmatiche, prevede anche un programma di telecomunicazioni satellitari chiamato Mirror GovSatCom, che ha l’obiettivo di realizzare un sistema di satelliti innovativo con caratteristiche di sicurezza, resilienza e affidabilità.
Per quanto riguarda la dimensione comunitaria, la Commissione europea ha investito, in partnership con la Banca europea per gli Investimenti, ben 200 milioni di euro, utilizzando il Fondo europeo per gli investimenti strategici (Feis). Metà di questi fondi andranno a finanziare il nuovo programma Ariane 6, che ha lo scopo di mantenere alto il livello concorrenziale dell’Ue sul mercato dei satelliti. Per quanto riguarda la restante parte, andrà a finanziare fondi di Venture Capital focalizzati sulle tecnologie spaziali, sulla base di un programma denominato InnovFin Space Equity Pilot.
E il primo fondo ad essere stato selezionato dal Feis è proprio italiano: Primo Space, fondo italiano early stage diretto da Gianluca Dettori che investe in tecnologie spaziali. Con un target di 80 milioni di euro (di cui 30 ricevuti dall’Ue), Primo Space sarà tra i primi fondi di trasferimento tecnologico focalizzati solo sulle tecnologie spaziali nella Ue e il primo in Italia.
Impatto del Covid-19 sul settore
La crisi economica globale dovuta al Covid-19 sta già producendo le prime vittime nel settore della Space Economy. È il caso di OneWeb, società che costruisce satelliti in orbita terrestre bassa con una rete di stazioni gateway globali, la quale è stata travolta in pieno dalla crisi e difficilmente riuscirà a superare un periodo di grave crisi come quello che si prospetta.
Per l’Italia, si possono immaginare due scenari post-Covid. Il primo vedrebbe una lenta ripartenza ma con danni non particolarmente rilevanti se non per una serie di attività industriale connesse al settore. L’alternativa pessimistica, invece, propone danni irreversibili al settore con un taglio netto delle risorse pubbliche stanziate dalla politica. Al solito, tutto dipenderà dall’intervento pubblico, soprattutto in un settore di ricerca e sviluppo come questo, che si basa per larga parte su budget nazionali e internazionali.
Il 14 febbraio 2020 è stato registrato il surreale picco di 20,7 gradi centigradi in Antartide, ad una sola settimana di distanza dalla precedente temperatura record di 18,4°.
Il fenomeno del climate change, al quale stiamo assistendo, porta con sé una problematica accertata, l’innalzamento del livello del mare. La visione più ottimistica è quella della NASA che stima un innalzamento di meno di 90 cm entro il 2100. 2 metri sono invece quelli stimati dall’IPCC (International Panel on Climate Change), mentre in un recente studio pubblicato su Nature Communications condotto da due ricercatori di Princeton si evince un innalzamento ancora maggiore e capace di costringere dai 150 ai 300 milioni di individui a diventare migranti climatici a causa della perdita di inimmaginabili sezioni di territorio.
Alla luce di questi dati viene naturale pensare ai Paesi Bassi, nazione che vede il 26% della propria superficie nazionale sotto il livello del mare e in particolare a Nieuwerkerk aan des IJssel, il punto più basso d’Olanda (-6,76 metri s.l.m.). Proprio questa condizione, a prima vista di evidente pericolo, rende, grazie ad importanti studi e opere di ingegneria effettuati nel paese, lo stato del nord Europa il leader mondiale contro il climate change e in particolare nella lotta alle inondazioni legate all’innalzamento del livello del mare.
Molteplici sono le catastrofi che dal mare hanno colpito negli anni i Paesi Bassi. La più recente nel 1953, soprannominata Watersnoodramp (“grande alluvione”). Quest’inondazione, causata dalla combinazione di una alta marea primaverile con un forte ciclone extra-tropicale abbattutosi sul Mare del Nord, provocò 1836 decessi tra i cittadini olandesi. Questo tragico episodio sta alla base dell’adozione del famoso Deltawerken (“Piano Delta”), il sistema di strutture (13 per l’esattezza) anti tempesta più grande al mondo. La più importante di tali strutture è sicuramente Oosterscheldekering: lunga 8 chilometri, composta da 62 enormi paratie scorrevoli e in grado di isolare in soli 75 minuti l’intera Schelda orientale, una baia del sud-est dei Paesi bassi (dimensioni di 350 km2 ).
Il Deltawerken
Le sfide che nel passato hanno messo in ginocchio l’Olanda, nel prossimo futuro interesseranno moltissime grandi città come la nostra Venezia, oppure New York, Shanghai… Si tratta di città che, secondo Henk Ovink, direttore di un’agenzia per lo studio delle acque nei Paesi Bassi, sarà impossibile salvare tutte nel lungo termine. Pensiamo all’Indonesia che consapevole di tali prospettive prevede di dover spostare la sua capitale da Giacarta. Proprio per questo il paese del nord Europa risulterà per la comunità internazionale un imprescindibile alleato in questa “lotta”.
Dal 1953, in Olanda, tutto è cambiato e la sicurezza è diventata un obiettivo costantemente perseguito, tanto che ancora oggi lo 0,1% del PIL olandese (1,1 miliardi di euro) è destinato alla prevenzione contro le inondazioni. Harold van Waeren, Ministro delle Infrastrutture e della gestione delle risorse idriche olandese, dichiara <<se il livello del mare dovesse aumentare, i Paesi Bassi saranno l’ultimo paese ad essere evacuato>>.
Secondo appuntamento della rubrica VGen UNDER 30 che da voce ai giovani di successo italiani raccontando le loro esperienze e le loro ambizioni.
Nel mese di febbraio VGen ha stretto importanti collaborazioni con diverse interessanti realtà sparse su tutta la penisola. Per quanto riguarda il territorio veneto e più in particolare l’Università Ca’ Foscari la nuova associazione partner è Invenicement, “Il primo financal & business club della prima business school d’Italia”, che abbiamo voluto conoscere meglio ponendo qualche domanda al Presidente Andrea Tosatto (AT).
Andrea Tosatto, Presidente di Invenicement
Andrea, raccontaci la tua esperienza personale. Chi sei e di cosa ti occupi?
(AT): Prima di tutto grazie per l’intervista. Vorrei esprimere tutta la nostra soddisfazione per l’avvenuta collaborazione tra le due realtà. Mi presento, sono Andrea Tosatto, ho studiato Finance all’Università Ca’ Foscari di Venezia e attualmente sto svolgendo un tirocinio presso la European Central Bank.
Ora i tuoi obiettivi e sogni per il futuro.
(AT): Questa domanda non trova una risposta specifica soprattutto ad una distanza così breve dall’inizio del mio tirocinio. Qualche mese fa avrei affermato con fermezza quelli che erano i miei sogni, al momento, però, mi trovo in una fase di assestamento nella quale poter comprendere veramente ciò che voglio e riorganizzare i miei obiettivi per il futuro. Più in generale, invece, sogno di poter lavorare nel settore finanziario e bancario.
Come sei arrivato a conoscere Invenicement e da cosa sei stato spinto ad entrarne a far parte?
(AT): Il mio primo contatto con l’associazione è avvenuto nel 2015 grazie ad un progetto riguardante istituti di microfinanza in ambito sustainability. Il compito mio e del mio gruppo consisteva nell’individuare un istituto di microfinanza che fosse disposto ad accettare dei trainee sostenuti finanziariamente dalla European Investment Bank con un progetto firmato dall’Università Ca’ Foscari. Sono rimasto per un paio d’anni all’interno di questo team e successivamente sono diventato Executive e Presidente dell’associazione negli anni sucessivi.
Descrivici brevemente Invenicement. Cosa fa la tua associazione e qual è la sua visione?
(AT): Invenicement organizza eventi, corsi, business game e business competition per i soci e in generale gli studenti dell’ateneo. L’esternalità positiva consiste nel creare networking tra studenti, professori, professionisti. Ciò che negli anni ho trovato veramente interessante è la possibilità di poter interagire su argomenti di comune interesse con ragazzi più grandi che avendo potuto maturare maggiore esperienza possono fornire importanti consigli per la carriera accademica e lavorativa.
Per dare un’immagine più immediata ai nostri lettori, come descriveresti Invenicement in 3 semplici parole o con una breve frase?
(AT): Se dovessi darti una visione un po’ romantica affermerei sicuramente che Invenicement è “un gruppo d’amici”, se invece dovessi dare una spiegazione più tecnica, alcuni di noi affermano che l’associazione è una “offerta formativa complementare”.
Quanti membri siete in totale?
(AT): Siamo 30 membri attivi, ovvero persone che organizzano e gestiscono l’associazione; e 220 soci solo sul territorio veneziano. Essere soci garantisce un ingresso prioritario alle iniziative che non possono essere vietate a nessuno studente non facente parte del gruppo.
Viaggiando un po’ con la fantasia quale significato assume il leone protagonista del vostro logo? La mancanza delle ali e lo sguardo rivolto in avanti che lo diversificano dal famoso leone di San Marco nascondono qualche segreto?
(AT): Il leone richiama naturalmente il famoso leone di San Marco. Premetto che l’attuale logo è stato creato nel 2013 quando ancora non facevo parte dell’associazione, posso affermare, però, che lo sguardo rivolto in avanti rappresenta la capacità dell’associazione di essere forward looking e proiettati verso il futuro, mentre la mancanza delle ali non assume alcun significato specifico.
Dalle vostre dichiarazioni emerge la grande importanza che attribuite all’associazionismo universitario come ponte bidirezionale tra università e mondo del lavoro. Come rispondereste a chiunque affermasse il contrario? E ad un ragazzo scettico nei confronti di questo mondo?
(AT): La risposta a questa domanda per me è molto semplice; ad ogni colloquio mi hanno sempre chiesto a quali attività di gruppo io avessi partecipato e di quali associazioni facessi o avessi fatto parte. Ho notato come il far parte di un gruppo e mettersi in gioco per quest’ultimo sia una caratteristica molto più apprezzata rispetto all’affermare di aver partecipato ad un qualsiasi corso o attività puramente didattica. Inoltre le varie attività per esempio proposte da Invenicement, arricchiscono notevolmente il percorso accademico dei ragazzi.
Qualche esempio particolare di attività proposta ai vostri associati?
(AT): Una prima attività di grande successo è un corso di Excel, skill particolarmente richiesta nel mondo del lavoro odierno, che organizziamo due volte all’anno vista la grande affluenza. Molto importanti sono anche i “caffè con il manager”, ovvero degli eventi nei quali i ragazzi possono incontrare manager affermati di grandi società. Lo scorso semestre abbiamo avuto Ernst & Young, mentre nei prossimi mesi ospiteremo Prometeia e Generali Italia. Un altro esempio è un’attività chiamata “CV check” nella quale alcune aziende del territorio forniscono consigli su come preparare un CV efficacie e su come prepararsi in modo ottimale per un colloquio.
Invenicement e VGen sono recentemente diventate partner. Cosa vi aspettate da questa collaborazione?
(AT): Da questa collaborazione ci aspettiamo di poter ampliare i nostri confini, permettendoci di non rimanere ancorati al solo suolo veneziano, ma di poter cogliere opportunità a livello nazionale creando un network più ampio e sicuramente molto stimolante. La vicinanza, inoltre, di VGen al mondo delle startup potrà permetterci di aprirci a nostra volta verso questo mondo.
In che modo pensi stia cambiando il mondo della finanza? E in che modo il settore bancario dovrà comportarsi per stare al passo con gli epocali cambiamenti di oggi?
(AT): Potendo partire dalla seconda domanda, possiamo forse dire che le startup e il fintech nel mondo bancario rappresentino il futuro; possiamo infatti notare come molte banche si stiano muovendo in quella direzione, pensiamo ad esempio a Satispay che sta andando fortissimo e a molti altri sistemi di pagamento simili. Per quanto riguarda la prima domanda è un po’ difficile fare previsioni su quelli che potranno essere i futuri scenari del sistema finanziario. Ti porto un esempio molto recente, quello di Danske Bank che applica un tasso negativo dello 0,75% su giacenze superiori a 1,5 milioni e ciò sicuramente non lascia trasparire grandi aspettative di crescita per il futuro visto il grandissimo eccesso di liquidità presente sul mercato.
Pensi che le nuove generazioni possano contribuire all’innovazione e al cambiamento di questo settore?
(AT): Certo! E’ inevitabile. La strada del futuro dovrà essere tracciata dalle nuove generazioni.
Ringraziamo Andrea per la disponibilità e per averci fornito importanti spunti in questa interessante intervista.
Qualcuno sapeva che in Cina fosse maledettamente difficile accedere a Facebook, Linkedin, Instagram, Twitter e qualsiasi altro servizio social che noi utilizziamo quotidianamente? Soltanto tramite l’installazione di una vpn si riesce ad accedere ai nostri social network ed è questo il motivo per cui, approdando in Cina, viene consigliato di scaricare WeChat, l’app che rappresenta praticamente l’unico modo digitale per comunicare all’interno del paese. Probabilmente tutti avranno sentito parlare di questa famosa app ma non sempre ci si è chiesti quali siano tutte le funzionalità che essa svolge.
WeChat è il sogno (inarrivabile) di tutti i Big Tech: permette di interagire a livello social, di effettuare pagamenti, di acquistare e persino di svolgere le pratiche comunali. Si tratta di un’app che porta all’estremo la digitalizzazione della vita digitale e di tutte le pratiche analogiche come gli acquisti, il pagamento delle bollette, la prenotazione per eventi e altro. All’utente non è richiesto nessun tipo di pagamento monetario, bensì un pagamento in termini di dati concessi alla piattaforma. WeChat ha un po’ le caratteristiche di tutte le app da noi usate quotidianamente messe insieme; ha le funzionalità di messaggistica istantanea come Whatsapp and Telegram, perrmette di fare video come su TikTok, ha le stesse funzioni social di Facebook e Instagram, ha il car sharing integrato di Uber, permette di ordinare qualsiasi cosa come Glovo and JustEat, ha un enorme marketplace, ha un sistema di pagamento interno utilizzato in praticamente qualsiasi attività cinese e, oltre tutto questo, ha numerosissime funzionalità di servizi pubblici online. Insomma, letteralmete un’app con cui poter effettuare qualunque cosa.
Una schermata del sistema di messaggistica istantaneo di WeChat.
Formalmente WeChat è stata fondata nel 2011 da un progetto del colosso Tencent, ma nel concreto la popolazione cinese è praticamente obbligata ad utilizzarla, tanto che tende ad identificarsi praticamente come una vera e propria app dello Stato. Ad oggi il numero di utenti utilizzatori è di oltre 1 miliardo, cifra piuttosto lontana dai numeri di Whatsapp e Facebook ma comunque superiore rispetto ad esempio ad Instagram e ad altre app. Quello che però è impressionante è il livello di utilizzo dell’app: si pensi che in Italia la durata media di utilizzo dei social è di circa 2 ore, mentre WeChat in Cina è utlizzata in media 4 ore al giorno. Questo dato da una dimensione di quanti dati personali passino ogni giorno sulla piattaforma.
Da qui tutta una serie di considerazioni orwelliane riguardo il rapporto tra l’azienda di Tencent e il governo cinese, sulle quali però non si sa molto. Teoricamente, WeChat è un’app disponibile in tutto il mondo anche se il suo utilizzo al di fuori della Cina è praticamente nullo. Oltre questo, la versione cinese di WeChat si chiama in realtà Weixin e ha alcune differenze rispetto alla versione tradizionale. L’azienda ha giustificato questa versione differente con “motivazioni legali di Stato“, anche se dubbi e perplessità permangono in tal senso.
Alcuni mesi fa in occasione del trentennale degli eventi di piazza Tienanmen di Pechino, il giornalista della BBC, Stephen McDonell, ha postato alcune foto della manifestazione e alcuni cittadini cinesi hanno interagito. Immediatamente WeChat ha bloccato l’account del giornalista per “voci maliziose”, e McDonell, per sbloccare il proprio profilo, ha dovuto “ammettere” di essere in torto tramite l’app e persino ripetere e a voce e davanti alla fotocamera alcune frasi citate dall’app. Insomma, WeChat si è presa timbro vocale e impronta facciale dell’utente.
A gridare al complotto a volte ci si prende…
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