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  • Intervista a Nicola lotti, Co-founder e CTO di Caligoo

    Interview with Nicola Lots, Co-founder and CTO of Caligoo

    Qualche giorno fa abbiamo avuto l’occasione di intervistare Nicola lotti, Co-founder e CTO di Caligoo.

    Il progetto che illustreremo ha le radici in Italia, più precisamente in provincia di Reggio Emilia, ma nasce, cresce e si sviluppa a Bend nello Stato dell’Oregon (USA).

    Il nostro intervistato, è un ingegnere elettronico, specializzato nel campo delle reti e della telecomunicazione.
    La sua prima esperienza imprenditoriale arriva con Guglielmo S.r.l., fondata nel 2004 da Nicola e altri 2 soci a Reggio Emilia, oggi con sede a Gattatico (RE). Questa società, finanziata in maniera tradizionale (capitale iniziale apportato dai soci senza ricorso al mercato dei capitali) si è caratterizzata per una crescita lenta ma costante, che l’ha portata ad essere il principale player in Italia, nella nicchia delle reti Wi-Fi open negli spazi pubblici e negli esercizi commerciali.

    Il focus dell’azienda è sempre rimasto lo sviluppo del prodotto attraverso un processo di ricerca continuo, come si addice a un operatore dell’ambito IT; questo avviene anche grazie allo stretto rapporto con il mondo universitario e l’assunzione di giovani risorse tra i neo-laureati.

    Nicola ha conseguito tra il 2014 e il 2017 un PhD in Information Technologies all’Università di Parma, che gli ha permesso di affinare ulteriormente le sue conoscenze nell’ambito delle reti e soprattutto gli ha dato la possibilità di lavorare negli USA all’interno di progetti, in collaborazione con i colossi IT della Silicon Valley.

    Nel 2017 i soci di Guglielmo e altri componenti del team tecnico hanno fondato la startup Caligoo. L’headquarter della neonata società si trova a Bend (Oregon) anche se il cuore pulsante dello sviluppo dei prodotti resta in Italia. L’obbiettivo è intraprendere un processo di finanziamento tramite fondi di venture capital negli Stati Uniti, con la consapevolezza che questo porterà il progetto a un veloce successo o al contrario a un rapido fallimento.

    IL PROCESSO DI FINANZIAMENTO

    Caligoo è una società di diritto americano, questo le permette di rivolgersi al mercato dei capitali USA in maniera autonoma.

    Come ci ha spiegato Nicola il fundraising si è dimostrato una sfida completamente nuova e molto impegnativa. Uno degli step fondamentali è elaborare un pitch efficace e convincente per i possibili investitori; questo richiede la capacità di semplificare concetti molto complessi e individuare le giuste leve per attrarre l’attenzione degli investitori. A tal proposito ci ha illustrato l’importanza di abbandonare parzialmente l’approccio ingegneristico, rinunciando a spiegare interamente la tecnica dietro le soluzioni proposte, privilegiando, invece, una narrativa che possa essere comprensibile anche ai non addetti ai lavori.

    L’attività di fundraising ha occupato a tempo pieno i soci di Caligoo, almeno per il primo anno, costringendoli, in questo primo momento, a mettere da parte l’attività commerciale di penetrazione del mercato.

    La ricerca di capitali è stato un parziale successo: nonostante non sia stato raggiunto il target sperato, questa è stata l’opportunità per avere una presenza stabile e per elaborare un piano per gli States. Le risorse per l’early stage sono arrivate da Seven Peak Ventures, un fondo di venture capital locale a Bend, specializzato nel finanziamento iniziale per avviare le attività operative. Altri capitali sono invece stati reperiti tramite business angel, investitori privati, sia italiani che nordamericani.

    IL PRODOTTO

    Il servizio offerto da Caligoo si concentra sulla raccolta e attivazione dei dati, ossia studiare i clienti e definire come interagire con loro al fine di aumentare le vendite, migliorando la customer experience in maniera innovativa. Ciò avviene attraverso la costituzione di un contatto digitale avanzato, cucito intorno al cliente.

    Il prodotto offerto si sostanzia in un applicativo di profilazione dell’utente, in grado di offrire la personalizzazione dell’esperienza di acquisto, basata sulla correlazione di informazioni contestuali e dati ottenuti tramite vari canali digitali in particolare legati al mondo mobile, come le app, i digital wallet o la rete Wi-Fi.

    La startup è business-to-business: il target di cliente è costituito da tutte le tipologie di esercizi commerciali che si interfacciano con clienti in presenza, all’interno di uno store fisico, e che sono interessati ad offrire la migliore esperienza d’acquisto possibile. Si tratta, per lo più, di centri commerciali e punti vendita affiliati a grandi catene, ma anche filiali bancarie e singoli negozi di vendita al dettaglio. Caligoo viene pertanto ingaggiata per costruire la soluzione tecnologica, con la quale gli store/esercizi commerciali si rivolgono ai propri clienti finali.

    Tecnicamente il servizio prevede la raccolta di dati degli utenti (cioè i clienti dei negozi) e l’analisi di questi tramite un algoritmo, il quale invia loro una serie di azioni, volte all’ottimizzazione dell’esperienza di acquisto.

    Approfondiamo l’articolazione dell’offerta per fasi:

    1. Data collection: può essere una raccolta anonima se il cliente non concede autorizzazioni esplicite (come la posizione interna all’interno dell’esercizio, ottenibile mediante la rete Wi-Fi) oppure con autorizzazione, che permette di offrire una maggiore customizzazione dell’esperienza, avendo più dati a disposizione come avviene con l’utilizzo di app mobile;
    2. Cognitive Engine: il codice che calcola quali azioni proporre al cliente, è il fulcro centrale della soluzione da un punto di vista logico e si trova a livello back end. Esso si interfaccia con i dati ricevuti e ottenuti (quindi sia attraverso l’interazione diretta con il cliente, che indirettamente, grazie a dati ambientali, relativi, ad esempio, al clima, all’affollamento nella zona, ecc.) ed elabora le possibilità di interazione da proporre;
    3. Contatto con il cliente: questo può avvenire tramite 3 diversi strumenti, in base alla tipologia di soluzione implementata dal negozio. Di conseguenza anche le azioni che si richiedono di compiere al cliente sono differenti:
      Smart screen: letteralmente schermo digitale, come come gli schermi pubblicitari che vediamo in aree pubbliche e che Caligoo è in grado di rendere interattivi attraverso la scansione di codici QR e senza la necessità di installare app. Consentono sia azioni dirette sullo schermo che di scaricare un pass che viene aggiunto nell’app wallet, integrata negli smartphone;Digital wallet: questa funzionalità, predefinita su molti device mobili come l’iPhone, viene sfruttata scaricando un pass, il quale consente a terzi (in questo caso Caligoo) di inviare notifiche agli utenti. È uno strumento monodirezionale e passivo;App: il possesso dell’applicazione del locale/centro commerciale/catena di punti vendita consente il massimo grado di interazione. Grazie ad essa è possibile accedere ad una quantità di informazioni di gran lunga superiore rispetto alle altre soluzioni. Inoltre, si hanno anche molti più strumenti per contattare il cliente/utente e offrigli azioni da compiere. I servizi di Caligoo vengono implementati inserendo una porzione di codice, che ne abilita la funzionalità, all’interno del codice sorgente dell’app proprietaria preesistente dello store.

    La possibilità di fare installare l’applicazione a tutti i clienti non è un obbiettivo semplice da perseguire, in particolare se si tratta di singoli negozi/esercizi commerciali e non di grandi catene. Per questo si utilizzano armonicamente queste tre vie, con la possibilità di adattare la soluzione implementata al contesto specifico. La flessibilità di adattamento della soluzione da implementare al caso specifico è una caratteristica fondamentale per Caligoo, almeno in questa prima fase, al fine di acquisire un portafoglio stabile di clienti. Infatti, sostiene Nicola: “più introduci complessità e azioni da far compiere al cliente, minori sono le probabilità di chiudere il deal”.

    Vengono offerte anche soluzioni di fog computing per soddisfare esigenze particolari di alcune categorie di clienti come possono essere le banche. Si tratta di una tecnologia che prevede un’architettura di logica inversa rispetto a quella del cloud computing: invece che decentralizzare su server non di proprietà, viene progettata e costruita una struttura fisica di rete interna all’attività (con server propri), che consente di offrire maggiori standard di sicurezza (edge computing) e di ridurre i tempi di elaborazione e di attesa per i clienti. È evidente che si tratta di una situazione particolare, necessaria per pochi, che comporta anche costi rilevanti. Tuttavia, a nostro parere, offrire soluzioni di questo livello è fonte di vantaggio competitivo non irrilevante.

    Infine l’aspetto legale è stato preso molto seriamente e sono subito state incaricate figure che verificassero l’aderenza alle norme in questo ambito, in particolare alla stringente GDPR europea.
    Oltre a garantire il massimo rispetto nella raccolta e l’utilizzo dei dati, Nicola si è soffermato sull’importanza di richiedere al cliente dati che siano funzionali all’esperienza di acquisto. Infatti, in seguito ad un’attenzione alla privacy più diffusa, alla richiesta di informazioni generali, la reazione è spesso avversa rispetto al dichiarare dati personali. Lo stesso non avviene di fronte alla domanda di informazioni direttamente correlate all’attività di vendita, per questo le soluzioni offerte da Caligoo, nel caso richiedano l’inserimento di informazioni aggiuntive da parte del cliente, privilegiano quesiti strettamente attinenti all’esperienza d’acquisto.

    CONCLUSIONI

    A nostro avviso Caligoo rappresenta una realtà molto interessante, crediamo infatti che si occupino di un settore finora piuttosto trascurato. Non è infrequente imbattersi in applicazioni mobile, Smart screen o reti Wi-Fi pubbliche, offerte da esercizi commerciali, poco funzionali, i cui costi per il mantenimento non sono di certo compensati da una maggiore redditività.

    I brand grandi e piccoli sono ora in grado di raccogliere dati dal loro asset digitale, ma il pezzo mancante è la capacità di “attivare” questi dati, ovvero di metterli in tempo reale a disposizione della customer experience e di conseguenza incrementare anche i ricavi. Al fine di raggiungere una crescita consistente di fatturato la scelta più azzeccata riteniamo potrebbe essere quella di puntare sui clienti che possano garantire ingenti contratti, così da assicurarsi entrate costanti e certe. Inoltre, il prodotto offerto da Caligoo è maggiormente ottimizzato per quegli esercizi commerciali che possiedono un’applicazione proprietaria, la quale permette di raggiungere il massimo grado di interazione con l’utente finale.

    Il target di cliente ideale è costituito da grandi centri commerciali e catene della ristorazione, che possiedono tutte queste caratteristiche.
    Riteniamo che il prossimo step fondamentale di crescita sarà riuscire a concludere qualche contratto grosso con questi ultimi, i quali sono i soggetti maggiormente disposti a pagare cifre consistenti per ottimizzare in maniera sostanziale il processo di interazione digitale con i propri clienti. Infine, l’attuale organizzazione del lavoro a progetto, la quale garantisce un’ampia possibilità di personalizzazione per il singolo committente, genera buoni margini di profitto soprattutto lavorando su grandi contratti, per i quali il notevole impiego di know-how specialistico può essere adeguatamente remunerato.

     

    Intervista a cura di Federico Musi e Federico Puddu del VGen Innovation HUB Bocconi

  • EIC Fund: la Commissione europea entra nel capitale delle startup

    EIC Fund: the European Commission enters the capital of startups

    L’ecosistema dell’innovazione necessita di investitori professionali e istituzionali per accompagnare i progetti innovativi nelle fasi più critiche del loro stadio di vita. La pandemia da Covid-19, se da una parte ha reso evidente l’inadeguatezza di una parte del tessuto produttivo al cambiamento, dall’altra ha favorito l’accelerazione di forme di investimento diretto nel capitale di rischio di progetti imprenditoriali altamente innovativi e caratterizzati da un alto grado di flessibilità. È il caso dell’iniziativa in capo alla Commissione europea, che ha lanciato una nuova formula di finanziamento per le startup che scopriremo di seguito.

     

    Innovazione e venture capital: a che punto siamo?

    La performance in ricerca e innovazione dei paesi UE continua a migliorare ad un ritmo costante, come confermato dal quadro europeo di valutazione dell’innovazione (EIS – European Innovation Scoreboard) per il 2020, mostrando un vantaggio rispetto agli USA ma perdendo posizioni rispetto ai maggiori concorrenti globali, quali Australia, Giappone e Corea del Sud. Per quanto riguarda l’Italia, pur presentando un trend positivo nell’ultimo decennio, non spicca né tra i leader né tra i paesi forti sull’innovazione, bensì figura tra gli “innovatori moderati”, con un rendimento inferiore a quello della media europea. Tra i 27 indicatori usati al fine di valutare il rendimento dell’innovazione, nel caso italiano, tra i più bassi vi è quello inerente finanziamenti e aiuti; questo include le spese di venture capital segnate al valore di 51,5 Summary Innovation Index, mentre il livello medio europeo si attesta almeno a 23 punti in più[1]. L’Italia sconta un forte ritardo per capitale investito nel venture capital e, nonostante alcuni sforzi siano stati compiuti negli ultimi anni, il tasso di crescita del settore è ancora inferiore rispetto a diversi paesi europei.

    Molti progetti di ricerca hanno infatti difficoltà ad attrarre finanziamenti in equity e passare alla fase di commercializzazione. È per questo necessario colmare il gap di finanziamenti che interessa le attività di trasferimento tecnologico, vale a dire del passaggio di conoscenza, competenze, metodi di fabbricazione, campioni di produzione e servizi dall’ambito della ricerca scientifica a quello del mercato. Esistono già strumenti finanziari a supporto delle imprese innovative, sia tramite entità di carattere nazionale come CDP Venture Capital SGR – un vero e proprio impulso all’ecosistema del venture capital italiano –, sia a livello europeo, con il Fondo Europeo per gli Investimenti (FEI) e le azioni della Banca Europea degli Investimenti (BEI). Invece, risale a giugno 2020 la notizia dell’istituzione di un nuovo fondo di investimenti creato dalla Commissione europea e che avrà quote di partecipazione previste tra il 10% e il 25%.

    Per la prima volta la Commissione decide di fare la sua parte anche con degli investimenti diretti nel capitale di rischio delle aziende che fanno innovazione. L’iniziativa prende il nome di EIC Fund (in italiano European Innovation Council Equity Fund), e rappresenta uno strumento a sostegno dell’ecosistema innovazione e delle startup a livello europeo.

     

    Cos’è l’EIC fund?

    Nel giugno 2018, nel valutare i progressi del programma Horizon 2020, il Consiglio europeo ha invitato la Commissione a lanciare per il restante biennio 2019 – 2020 una nuova iniziativa a favore della crescita di PMI e startup innovative sui mercati europei e globali, vale a dire per la fase di scaling up. È stata così avviata la fase pilota dell’European Innovation Council (EIC) Accelerator, a sostituzione del precedente SME Instrument.

    Il nuovo strumento del Consiglio europeo per l’innovazione, che troverà più completa realizzazione nel prossimo Quadro finanziario pluriennale 2012 – 2027, nonché nel futuro Horizon Europe, prevede un fondo ad hoc per attrarre co-investitori e investimenti privati.

    La vera novità del fondo rispetto allo SME Instrument riguarda la modalità di finanziamento. Infatti, le aziende selezionate nell’ambito dei bandi dell’EIC Accelerator potranno accedere sia ad una sovvenzione (grant) – compresa tra 500 mila e 2,5 milioni di euro con un tasso di cofinanziamento del 70% – sia ad un finanziamento misto (blended finance) composto da un contributo UE e da una componente di equity. Proprio quest’ultima viene implementata per mezzo dell’EIC Fund, istituito a giungo 2020, il quale investirà tranche da 500 mila a 15 milioni di euro. La Commissione europea parteciperà così al capitale di rischio delle startup, con quote gestite dalla Banca Europea degli Investimenti (BEI) nel ruolo di advisor. Inoltre, il fondo, con il consenso dei beneficiari, metterà in contatto le aziende con la sua rete di mentor, con l’obiettivo di fornire assistenza e raccomandazioni per sviluppare il progetto di business.

    L’operazione della Commissione è rilevante sia perché permette di snellire il processo di assegnazione e gestione dei fondi, sia perché offre una maggiore e più concreta assistenza a coloro che fanno innovazione d’impresa ad alto impatto innovativo. Lo strumento EIC è dedicato a top-innovators, imprenditori, piccole compagnie e ricercatori con brillanti idee e l’ambizione di crescere a livello internazionale. Il finanziamento è pensato per prodotti, servizi o modelli di business radicalmente diversi da quelli esistenti, prevalentemente con applicazione deep tech, tra i cui settori prioritari troviamo energia, ingegneria avanzata, life sciences, digitale, spazio, azione per il clima, mobilità del futuro e innovazione sociale. L’EIC Fund vuole dare opportunità su scala globale alle startup che, pur avendo sviluppato innovazioni di alto valore, non riescono a raccogliere fondi a sufficienza per poter finanziare le loro attività.

    Come sottolineato dal Vicepresidente della BEI, Ambroise Fayolle, le startup sono driver della creazione di lavori altamente qualificati e di crescita, nonché chiave della competitività e della leadership strategica d’Europa. Il fallimento del mercato europeo che rende difficile ottenere finanziamenti va affrontato. Primo nel suo genere, l’EIC Fund – sostiene la Commissaria europea per l’innovazione, Mariya Gabriel – aiuterà a portare rapidamente i prodotti delle startup sui mercati europei e globali, facendo crescere i talenti all’interno dell’UE.

     

    Il potenziale italiano

    Dall’avvio della fase pilota dell’EIC Accelerator nel novembre 2019, sono state 140 le PMI e le startup individuate dalla Commissione UE per accedere ai finanziamenti misti in equity, per un totale di circa 582,6 milioni di euro. Per quanto riguarda le selezioni di novembre 2019, gennaio e marzo 2020, tra le italiane hanno vinto il finanziamento solo due aziende[2]; il numero non cambia per luglio, quando le selezioni sono avvenute nello specifico nell’ambito del Green Deal e dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, come richiesto dall’aggiornamento di marzo 2020 al programma di lavoro EIC, che è stato finalizzato – tra le altre cose – a fornire speciale supporto alle iniziative imprenditoriali con CEO donna (“led by women”). Seguirà il round di novembre 2020 che, a seconda della domanda e della qualità delle proposte, potrà contare su almeno un terzo del budget totale messo a disposizione dal Consiglio europeo per l’innovazione, per un ammontare di circa 10 miliardi.

    Vale la pena specificare che, secondo l’EIS 2020[3], l’Italia va molto bene nell’innovazione delle piccole e medie imprese, con un forte risultato in termini di innovazioni di prodotto/processo, organizzative e di marketing e infine di innovazione in-house, per un valore totale superiore di circa 13 punti a quello medio europeo. Il potenziale italiano necessario per accedere ai fondi è quindi altissimo e l’opportunità offerta dalla Commissione europea va colta e sfruttata nel migliore dei modi, ora più che mai, al fine di contrastare l’impatto pesantissimo della pandemia e di gestire efficacemente la trasformazione strutturale che caratterizza questo periodo.

    Fonti:
    [1] https://ec.europa.eu/growth/industry/policy/innovation/scoreboards_en
    [2] https://ec.europa.eu/research/eic/pdf/ec_rtd_eic-accelerator-blended-finance.pdf
    [3] https://ec.europa.eu/docsroom/documents/41880

  • Il motore propulsore dell’Industria 4.0: dallo Smart Manufacturing all’innovazione dell’ecosistema aziendale

    The driving force behind Industry 4.0: from Smart Manufacturing to business ecosystem innovation

    Stiamo vivendo la quarta rivoluzione industriale. L’integrazione, l’interconnessione e la cooperazione tra tecnologia e processi produttivi stanno raggiungendo il loro culmine. Il valore delle Smart Factory stimato entro il 2024 sfiorerà i 1500 miliardi di dollari. 

    Ma cosa si intende per Smart Manufacturing, e come sta contribuendo all’innovazione dell’ecosistema aziendale?

    Il termine Industry 4.0 nasce in Germania con il piano di potenziamento della competitività industriale incentrato sulla digitalizzazione del settore manifatturiero, con uno sguardo all’intera filiera. Negli stessi anni nasce negli USA la Smart Manufacturing Leadership Coalition, un’associazione no profit ideata per promuovere la collaborazione tra aziende e centri di ricerca. Di fondamentale importanza lo sviluppo di standard, piattaforme e infrastrutture condivise e la definizione collettiva di aree di R&D per ridurre i costi e massimizzare i risultati della ricerca.

    Lo Smart Manufacturing prevede che l’intelligenza digitale presieda i workflow industriali e generi linee guida per la ricerca e l’innovazione dei prodotti. L’obiettivo è ottenere l’agilità di processo necessaria per la produzione in serie breve e diversificata, pur mantenendo l’efficienza delle economie di scala. Tale agilità risulta fondamentale per soddisfare le dinamiche dell’e-commerce, un mercato in cui gli ordini risultano sempre più frequenti, ma frammentati, personalizzati e di singole unità. La massimizzazione della qualità e la minimizzazione dei costi si basa sull’ampiamente affermata filosofia della Lean Production, in particolare per quanto riguarda l’ingresso di materiale in fabbrica solo in seguito alla ricezione di un ordine e il flusso di una unità alla volta. 

    Software: il cuore della Smart Factory

    Il vero cuore di un’industria 4.0 sono i software che permettono un approccio real-time, smart e basato sul data flow. In particolare, sono di centrale importanza: 

    • CPS Cyber-Physical System, ovvero hardware che, connessi alla rete, si interfacciano con le tecnologie informatiche all’interno degli stabilimenti, aumentando il controllo sui processi, potenziando i meccanismi di automazione e migliorando la collaborazione tra le risorse dell’azienda: persone, macchine, software.
    • sensori IoT (Internet of Things), apposti sulle componenti per rilevare parametri di stato e di esercizio dei macchinari, elaborati in tempo reale per identificare eventuali rischi di guasto ed implementare la manutenzione predittiva.
    • software di Big Data Analytics, per avere sempre a portata di mano analisi predittive, previsioni e simulazioni real-time.
    • servizi di Cloud Computing and Operational Technologies, che includono soluzioni robotiche di automazione avanzata, Human-Machine Interface (HMI) e i sistemi di Additive Manufacturing in grado di aumentare l’efficienza nell’uso dei materiali.

    Oggi la soluzione software integrata maggiormente utilizzata è Microsoft Azure IoT.

    L’azienda trasparente

    Dalla fusione tra tecnologia e produzione nasce quindi un unico ecosistema gestionale in cui macchine, processi e strategia sono completamente integrati per ottimizzare il controllo e la pianificazione. L’azienda diventa trasparente e l’insieme di processi aziendali permette l’impiego strategico delle informazioni raccolte.

    L’innovazione dei processi porta con sé la trasformazione della cultura manageriale per affermare ad ogni livello l’intelligenza distribuita. Infatti, un cambiamento globale della cultura dell’azienda determina la base del vantaggio competitivo, massimizzato dall’ampliamento della gamma di competenze e capacità interfunzionali, le soft skill e il talento digitale. Risulta fondamentale implementare forti programmi di governance e intense trasformazioni verso una cultura di operazioni data-driven. Il decision-making e la comunicazione vanno perfezionati ad ogni livello del processo produttivo, per realizzare l’Open Standard: l’integrazione orizzontale e verticale che crea i presupposti per uno scambio intelligente e veloce delle informazioni nella catena di valore della produzione.

    Nelle 800 aziende italiane censite per l’Osservatorio Industria 4.0 2019, il 42% dei nuovi progetti riguarda la Smart Factory e coinvolge lo Smart Lifecycle (sviluppo prodotto, gestione del ciclo di vita e gestione dei fornitori) e la Smart Supply Chain. Il ritmo di trasformazione è in accelerazione grazie agli incentivi statali riguardanti investimenti in macchinari interconnettibili, hardware e dispositivi HMI, software IoT e nuove misure di sicurezza. Il mercato italiano dell’IoT registra un giro d’affari da 6,2 miliardi di euro, con una crescita di 1,2 miliardi (24% in più rispetto al 2018). Il settore offre, inoltre, nuovi modelli di investimento “pay-per-use” e “pay-per-performance” che permettono di dilazionare i pagamenti in base all’effettivo utilizzo dei dispositivi connessi.

    Le ricerche dimostrano che le Smart Factory potrebbero incrementare l’economia globale di una cifra compresa tra 1500 e 2200 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni. Nel frattempo, il paradigma Smart detta l’innovazione anche nell’ideazione e nello sviluppo di Smart Retail, Smart Health, Smart City e Smart Home. 

  • ITER, al via l’assemblaggio per il futuro dell’energia

    ITER, the assembling for the future of energy is underway

    “Ciò che realizziamo oggi, come gruppo, è qualcosa che non è mai stato fatto prima nella storia”. Con queste parole Bernard Bigot, Direttore Generale di ITER (International Thermonuclear Experimental Reactor), ha inaugurato il 26 maggio scorso l’inizio delle operazioni di posizionamento del primo componente del più grande reattore a fusione nucleare sperimentale al mondo. Operazione portata a termine con successo negli scorsi giorni, completando di fatto la prima fase di un progetto che vede coinvolti 35 paesi (UE, Giappone, Stati Uniti, Russia, Cina, India e Corea del Sud) con l’obiettivo di validare e incrementare le attuali conoscenze sulla fisica del plasma e acquisire il know-how necessario allo sviluppo di una successiva generazione di reattori (DEMO) per la produzione di energia elettrica sfruttabile da utenze esterne.

    Si tratta del primo reattore a fusione capace di far registrare un bilancio energetico positivo. Un progresso tecnologico tale da permettere la produzione di 500 Megawatt di energia a fronte di 50 Megawatt forniti in input. Con un fattore di guadagno Q = 10, TIER sgretola il precedente “record” del reattore JET (Q = 0,67).

    Il primo pezzo installato di questo “piccolo sole” è la base del criostato (per la quale produzione sono stati necessari 10 anni di lavoro), una componente cilindrica di altezza e diametro di 30 metri e 1250 tonnellate di peso. Criostato che risulta essere una delle parti più importanti dell’intera opera in quanto in grado di garantire la superconduttività dei magneti del Tokamak, spazio nel quale risiederanno la camera a vuoto dove avverrà la fusione e dove sarà situato il sistema di magneti e superconduttori necessario al confinamento del plasma.

    L’opera situata a Cadarache, nel sud della Francia, dovrebbe entrare in funzione nel 2025, anno nel quale si produrrà il primo plasma che per raggiungere la temperatura di fusione necessaria dovrà riscaldarsi per oltre 10 anni garantendo le prime reazioni utili alla produzione di energia per il 2035.

    Finanziato per il 45% dall’Unione Europea il progetto TIER vede l’industria italiana come grande protagonista. Nove dei diciotto magneti superconduttori, necessari per creare il campo magnetico in grado di intrappolare il plasma ad una temperatura di 150 milioni di gradi centigradi, sono infatti prodotti nel nostro paese da Asg Superconductors di La Spezia in collaborazione con ENEA and Cnr, e su commessa del consorzio europeo Fusion for Energy (F4E).

    TIER avrà il compito di dimostrare la fattibilità della produzione di energia attraverso la fusione nucleare. Ci troviamo quindi ad osservare una delle opere capaci nel prossimo futuro di rivoluzionare completamente il settore energetico; per poi cambiare il mondo andando ad affiancare alle fonti rinnovabili un importantissimo alleato contro i cambiamenti climatici e le terribili conseguenze di quest’ultimi. Un compagno potenzialmente inesauribile e con una limitata produzione di rifiuti residuali.

  • 18 giu, “La Musica è cambiata: la vera storia di Soundreef” w/Davide D’Atri

    18 giu, “La Musica è cambiata: la vera storia di Soundreef” w/Davide D’Atri

    Live webinar da non perdere per tutta la community of VGen.

    In questa occasione incontreremo Davide D’Atri, Founder & CEO di Soundreef, la startup che ha messo fine al monopolio secolare della SIAE nel mercato dei diritti di autore. Quella di Soundreef è una storia incredibile di persone, grandi artisti, tenacia, ostacoli, sconfitte, successi, intrighi politici e tribunali.

    Contenuti:
    • Cenni sulla formazione personale
    • Esperienze lavorative ed extralavorative prima di Soundreef
    • Nascita di Soundreef: dall’idea e il team, fino al go to market
    • Soundreef: prodotto, VP, tecnologia e vision
    • L’esperienza in accelerazione in Luiss Enlabs
    • L’espansione internazionale
    • La disputa con SIAE
    • Il futuro di Soundreef
    • Consigli ai giovani ascoltatori
    • Domande dal pubblico

    Moderatore: Riccardo Madrigali

    ⌚ giovedì 18 giugno h 18.00
    📍 Facebook live sul gruppo Innovation Ground ⤵️
    https://www.facebook.com/groups/vgencommunity/

  • Il successo del BTP Italia

    BTP's success in Italy

    Nel primo trimestre dell’anno, le società quotate a Piazza Affari hanno subito un ingente danno di capitalizzazione. 25 società industriali e di servizi del FTSE MIB hanno registrato una riduzione del – 22,4%, che ha apportato perdite fino a 83 miliardi. Ma la scorsa settimana, il boom di acquisti del BTP Italia è stato un simbolo della fiducia nella ripresa del Paese. Il sedicesimo BTP Italia rappresenta la più grande emissione di Buoni del Tesoro Poliennali mai portata a termine dal Ministero dell’Economia dal lancio di questo strumento, che risale al 2012. Durante la crisi del debito sovrano europeo, questi titoli furono istituiti per compensare la fuga degli investitori esteri e puntare su quelli italiani.

    Il risultato è impressionante: il volume complessivo del collocamento ha raggiunto infatti 22,297 miliardi di euro. Il titolo, di durata quinquennale e con scadenza fissata al 26 maggio 2025, prevede un rendimento minimo garantito dell’1,40%. Rispetto alle emissioni precedenti questo BTP Italia riconosce, al risparmiatore che lo conserverà fino alla scadenza, un premio fedeltà dell’8 per mille (doppio rispetto ai valori precedenti).

    Durante la prima fase del collocamento, dedicata a investitori individuali e affini, sono stati conclusi 383.966 contratti per un controvalore pari a 13,997 miliardi di euro. Banche e asset managers hanno acquistato rispettivamente il 59% ed il 23,7% degli 8,3 miliardi di euro raccolti durante la seconda fase di collocamento, dedicata agli investitori istituzionali. Gli analisti sottolineano che è molto positivo che la domanda per il titolo sia salita di giorno in giorno durante la finestra di acquisto (18-21 maggio) e che la domanda degli investitori al dettaglio fosse estremamente elevata. L’exploit delle piattaforme di trading online ha certamente contributo all’incremento della domanda: nei primi quattro mesi del 2020 le compravendite per conto terzi di strumenti finanziari a Piazza Affari hanno registrato un notevole rialzo (+81%) rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

    Nonostante a fine aprile Fitch abbia operato un downgrade al rating del credito italiano, classificandolo appena un gradino sopra il junk status, il record del BTP Italia dimostra che gli stimoli e le comunicazioni della BCE hanno riacceso la fiducia degli investitori. Sia il programma di 750 bilioni di acquisti di bond sia la prospettiva di un Recovery Fund europeo di 800 bilioni, hanno contribuito alla credibilità del credito italiano.

    Piazza Affari 

    Nel frattempo, i maggiori indici di Borsa Italiana hanno terminato in rialzo l’ultima seduta della settimana, registrando la migliore performance in Europa. La settimana si è aperta con il Dividend Day, giorno in cui 9 big del paniere italiano hanno staccato le cedole e distribuito i dividendi, operazione che ha determinato in avvio un impatto negativo dello 0,86% sull’indice. 

    Escludendo questo valore tecnico, Piazza Affari è salita soprattutto grazie al comparto bancario che, dopo essere stato colpito nei giorni scorsi dalla rimozione del divieto sul short selling, è apparso in controtendenza rispetto all‘indice Stoxx di settore europeo (-0,47%). Unicredit (+4,3%) è stata la migliore tra gli istituti di credito. In coda al listino, invece, il comparto della moda con Ferragamo e Moncler che hanno ceduto oltre il 2% sui timori di un nuovo rallentamento delle vendite nel sud est asiatico.

    Chiusura in calo per lo spread BTp/Bund. Il differenziale tra il decennale benchmark italiano e il pari scadenza tedesco ha terminato gli scambi sul mercato secondario Mts a 213 punti base.

     

  • Il ruolo dell’Italia nella Space Economy

    Italy's role in the Space Economy

    L’Italia vanta una storia importante nelle attività spaziali. È tra i membri fondatori dell’Agenzia Spaziale Europea, è stata tra le prime nazioni al mondo a lanciare satelliti in orbita, ed oggi è la sesta potenza spaziale a livello internazionale. Oltre 600 imprese sono coinvolte nel settore, per un totale di 7mila addetti, impiegati in grandi imprese, PMI e startup.

    The Space Economy è un’opportunità importante per l’Europa e per l’Italia. Gli stati europei possono fare la differenza in questo settore, ma per riuscirci devono collaborare e ragionare d’insieme. Il settore non ha un impatto economico soltanto sulle attività spaziali in quanto tali, ma può giocare un ruolo fondamentale nella riduzione dell’inquinamento e nel risparmio dell’energia, nonché favorire vari settori, dalle telecomunicazioni all’industria farmaceutica fino all’agricoltura di precisione.

    L’Italia, che ha ospitato alla Fiera di Roma nel 2019 il New Space Economy Expoforum, punta oggi su scelte strategiche ed innovative, cercando di coinvolgere grandi investimenti per il proprio tessuto PMI e startup.7

    Il ruolo delle PMI e delle startup nella Space Economy

    Lo sviluppo globale di questo mercato ha destato l’attenzione di numerosi attori finanziari e industriali provenienti dal settore privato, in particolare dalla e-economy. Negli Stati Uniti, personaggi di spicco quali Jeff Bezos, Richard Branson, Elon Musk, Sergey Brin e Larry Page, sono quotidianamente impegnati nel finanziamento di grossi progetti aerospaziali.

    L’Italia si scontra con una logica di mercato che è basata sul venture business. Questa realtà di mercato, se da un lato offre maggiore competitività, velocità e minori costi, dall’altro rischia di annientare la competizione in tanti paesi come il nostro che non riescono a reggere il passo di colossi dagli investimenti miliardari. Per questo, per essere più competitiva, l’Italia ha bisogno di un partenariato pubblico-privato che favorisca la crescita e lo sviluppo, limitando la burocrazia.

    Numerose sono le PMI italiane negli ultimi anni hanno intrapreso nuove avventure spaziali, come nel caso di Avio, produttore di lanciatori spaziali, e di Forgital, gruppo specializzato nella produzione di anelli forgiati e laminati acquisito da Carlyle Group. Le medie imprese lasciano però largo spazio anche ad emergenti startup e aziende più piccole, più difficili da mappare ma essenziali nel settore.

    Gli investimenti

    I ricavi nel settore a livello nazionale si aggirano intorno ai 2,2 miliardi di euro all’anno, mentre su scala europea il totale è stimato intorno ai 50 miliardi.

    Come si può leggere sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico, l’Italia ha definito un Piano Strategico per il 2020 che prevede investimenti per circa 4,7 miliardi di euro, di cui circa il 50% coperto con risorse pubbliche, tra nazionali e regionali. Il Piano, che si articola in 5 linee programmatiche, prevede anche un programma di telecomunicazioni satellitari chiamato Mirror GovSatCom, che ha l’obiettivo di realizzare un sistema di satelliti innovativo con caratteristiche di sicurezza, resilienza e affidabilità.

    Per quanto riguarda la dimensione comunitaria, la Commissione europea ha investito, in partnership con la Banca europea per gli Investimenti, ben 200 milioni di euro, utilizzando il Fondo europeo per gli investimenti strategici (Feis). Metà di questi fondi andranno a finanziare il nuovo programma Ariane 6, che ha lo scopo di mantenere alto il livello concorrenziale dell’Ue sul mercato dei satelliti. Per quanto riguarda la restante parte, andrà a finanziare fondi di Venture Capital focalizzati sulle tecnologie spaziali, sulla base di un programma denominato InnovFin Space Equity Pilot.

    E il primo fondo ad essere stato selezionato dal Feis è proprio italiano: Primo Space, fondo italiano early stage diretto da Gianluca Dettori che investe in tecnologie spaziali. Con un target di 80 milioni di euro (di cui 30 ricevuti dall’Ue), Primo Space sarà tra i primi fondi di trasferimento tecnologico focalizzati solo sulle tecnologie spaziali nella Ue e il primo in Italia.

    Impatto del Covid-19 sul settore

    La crisi economica globale dovuta al Covid-19 sta già producendo le prime vittime nel settore della Space Economy. È il caso di OneWeb, società che costruisce satelliti in orbita terrestre bassa con una rete di stazioni gateway globali, la quale è stata travolta in pieno dalla crisi e difficilmente riuscirà a superare un periodo di grave crisi come quello che si prospetta.

    Per l’Italia, si possono immaginare due scenari post-Covid. Il primo vedrebbe una lenta ripartenza ma con danni non particolarmente rilevanti se non per una serie di attività industriale connesse al settore. L’alternativa pessimistica, invece, propone danni irreversibili al settore con un taglio netto delle risorse pubbliche stanziate dalla politica. Al solito, tutto dipenderà dall’intervento pubblico, soprattutto in un settore di ricerca e sviluppo come questo, che si basa per larga parte su budget nazionali e internazionali.

  • Exposure Notification, l’alleanza Apple-Google

    Exposure Notification, l’alleanza Apple-Google

    Ama i tuoi nemici perché essi tirano fuori il meglio di te”. Questa frase del celebre filosofo tedesco Friedrich Nietzsche sintetizza in modo esemplare il rapporto che lega ormai da anni due colossi del panorama economico internazionale, Google and Apple. Una coopetition che in questo 2020 si è trasformata, a causa della crisi economico-sanitaria alla quale stiamo assistendo, in una storica cooperazione.

    IL CONTRIBUTO DI APPLE E GOOGLE

    Uniti nello sviluppo di soluzioni software all’avanguardia che possano permettere alle autorità nazionali lo sviluppo di applicazioni mobile di Exposure Notification. Nel caso del nostro paese, Immuni, sviluppata da Bending Spoons. In due comunicati rilasciati nel mese di aprile, Apple e Google hanno definito l’entità del proprio contributo, ovvero una soluzione completa, che include interfacce di programmazione app (API) e tecnologie a livello di sistema operativo (iOS e Android), che permettano una migliore comunicazione tra i due ecosistemi nonché un sostanziale aiuto nei confronti degli sviluppatori. Risulta importante ricordare come l’intervento dei due colossi statunitensi non può e non deve essere considerato come una soluzione definitiva contro la pandemia.

    FUNZIONAMENTO

    Il funzionamento dell’Exposure Notification nella sua complessità può essere sintetizzato come un “abbraccio” digitale che effettueremo con le persone con le quali entreremo in contatto (l’adesione al servizio sarà facoltativa in Italia e qualsiasi funzionalità potrà essere in ogni momento attivata e disattivata a propria discrezione). Il tutto avverrà grazie alla tecnologia Bluetooth LE dei nostri smartphone. Le persone, infatti, potranno comunicare scambiandosi segnali (“beacon”) identificativi criptati e casualmente generati ad intervalli ciclici di 10-20 minuti che verranno salvati nella memoria dello smartphone stesso. Al termine della giornata verrà scaricata una lista di identificativi riguardanti persone confermate positive al COVID-19 e avverrà un’azione di “matching” tra la lista presente localmente sul dispositivo e quella appena scaricata. In caso di “match”, sarà compito dell’applicazione, a seconda delle linee guida comunicate dalla autorità nazionale, comunicare al diretto interessato di un possibile avvenuto contatto con un individuo positivo, il livello di rischio associato al tale incontro e di conseguenza le procedure da adottare.

    E LA PRIVACY?

    Mela-Big G insieme a governi, autorità sanitarie e agli sviluppatori delle applicazioni nazionali hanno lavorato insieme per giungere ad adottare soluzioni importanti per quanto riguarda la privacy dei cittadini. Prima di tutto va sottolineato come il GPS dei dispositivi non verrà utilizzato e quindi non avverrà alcun tipo di geolocalizzazione. I metadati inviati tramite Bluetooth LE dal dispositivo saranno criptati rendendo decisamente difficoltoso, se non impossibile, risalire all’identità del mittente. Le chiavi identificative saranno, come detto, generate casualmente a intervalli ciclici di 10-20 minuti e criptate. Il protocollo matematico-crittografico adottato è AES (Advanced Encryption Standard), uno dei più diffusi nel settore e universalmente considerato sicuro ed affidabile. L’adozione di quest’ultimo protocollo e del Bluetooth LE possiede anche una motivazione squisitamente funzionale per quanto riguarda le performance dei nostri dispositivi. L’algoritmo di crittazione AES gira a livello hardware e non software ottenendo un importante risparmio di batteria, finalità raggiunta anche dall’utilizzo del Bluetooth LE. Le tempistiche degli “eventi di prossimità” saranno inoltre definite a intervalli di 5 minuti e non verranno in alcun modo notificati più di 30 minuti di esposizione che sono comprensibilmente considerati come un tempo sufficiente all’identificazione di un soggetto con il quale siamo entrati in contatto. Il framework, inoltre, tiene traccia solo dei contatti avvenuti negli ultimi 14 giorni senza proseguire dopo che una persona si è registrata come positiva al COVID-19.

    CRITICITA’ ACCERTATE

    Il download delle applicazioni nazionali e l’utilizzo dei relativi servizi sarà su base volontaria. Molti esperti affermano però che affinché questa soluzione possa risultare efficacie sarà fondamentale un’adesione di almeno il 60-70% della popolazione per non correre il rischio di una completa inutilità del servizio. Un’altra possibile minaccia è rappresentata dai “falsi positivi”, ovvero individui che vengono erroneamente etichettati come affetti da COVID-19 a causa di errori dovuti alla errata analisi congiunta di tempo di esposizione e distanza da un soggetto positivo. Proprio per questo Apple e Google hanno inoltre previsto che tra i dati scambiati tra i dispositivi vi siano anche il livello di potenza del segnale Bluetooth inviato. Incrociando questo dato con il cosiddetto RSSI, cioè l’indicatore di potenza del segnale ricevuto, le applicazioni di tracciamento potranno determinare un differenziale molto importante che darà un’indicazione più precisa della distanza tra i soggetti nel tempo. In altre parole, con queste API le app potranno determinare meglio quanto siamo stati vicini a un infetto e per quanto tempo. Un ulteriore ostacolo è fornito dagli aggiornamenti che verranno rilasciati dalle case di Cupertino e Mountain View. Da parte di Apple le API verranno fornite attraverso un aggiornamento di iOS 13, sistema operativo che copre i dispositivi rilasciati negli ultimi 5 anni (Fino ad iPhone 6s e iPhone 6s Plus), tagliando fuori tutti gli utilizzatori di modelli più obsoleti e non aventi un hardware adatto ad accogliere le nuove tecnologie. Il medesimo ragionamento può essere in qualche modo ripetuto anche per i dispositivi Android, anche se con conseguenze meno rilevanti.

    Le applicazioni sono attualmente in fase di sviluppo e a metà maggio potremmo probabilmente osservare le prime venire definitivamente alla luce.

    Ci tengo a concludere con una riflessione di William Nonnis (Ministero della Difesa), raccolta da Wired, il quale con molti altri esperti sottolinea l’importanza della comunicazione efficiente tra le strutture sanitarie e la necessità di aumentare il numero di tamponi per ottenere un campione statistico più soddisfacente. “È come se tutta la procedura fosse un puzzle: l’app non è altro che l’ultimo pezzo”.

  • Inondazioni, l’Olanda è l’esempio da seguire

    Inondazioni, l’Olanda è l’esempio da seguire

    Il 14 febbraio 2020 è stato registrato il surreale picco di 20,7 gradi centigradi in Antartide, ad una sola settimana di distanza dalla precedente temperatura record di 18,4°.

    Il fenomeno del climate change, al quale stiamo assistendo, porta con sé una problematica accertata, l’innalzamento del livello del mare. La visione più ottimistica è quella della NASA che stima un innalzamento di meno di 90 cm entro il 2100. 2 metri sono invece quelli stimati dall’IPCC (International Panel on Climate Change), mentre in un recente studio pubblicato su Nature Communications condotto da due ricercatori di Princeton si evince un innalzamento ancora maggiore e capace di costringere dai 150 ai 300 milioni di individui a diventare migranti climatici a causa della perdita di inimmaginabili sezioni di territorio.

    Alla luce di questi dati viene naturale pensare ai Paesi Bassi, nazione che vede il 26% della propria superficie nazionale sotto il livello del mare e in particolare a Nieuwerkerk aan des IJssel, il punto più basso d’Olanda (-6,76 metri s.l.m.). Proprio questa condizione, a prima vista di evidente pericolo, rende, grazie ad importanti studi e opere di ingegneria effettuati nel paese, lo stato del nord Europa il leader mondiale contro il climate change e in particolare nella lotta alle inondazioni legate all’innalzamento del livello del mare.

    Molteplici sono le catastrofi che dal mare hanno colpito negli anni i Paesi Bassi. La più recente nel 1953, soprannominata Watersnoodramp (“grande alluvione”). Quest’inondazione, causata dalla combinazione di una alta marea primaverile con un forte ciclone extra-tropicale abbattutosi sul Mare del Nord, provocò 1836 decessi tra i cittadini olandesi. Questo tragico episodio sta alla base dell’adozione del famoso Deltawerken (“Piano Delta”), il sistema di strutture (13 per l’esattezza) anti tempesta più grande al mondo. La più importante di tali strutture è sicuramente Oosterscheldekering: lunga 8 chilometri, composta da 62 enormi paratie scorrevoli e in grado di isolare in soli 75 minuti l’intera Schelda orientale, una baia del sud-est dei Paesi bassi (dimensioni di 350 km2 ).

    Il Deltawerken

    Le sfide che nel passato hanno messo in ginocchio l’Olanda, nel prossimo futuro interesseranno moltissime grandi città come la nostra Venezia, oppure New York, Shanghai… Si tratta di città che, secondo Henk Ovink, direttore di un’agenzia per lo studio delle acque nei Paesi Bassi, sarà impossibile salvare tutte nel lungo termine. Pensiamo all’Indonesia che consapevole di tali prospettive prevede di dover spostare la sua capitale da Giacarta. Proprio per questo il paese del nord Europa risulterà per la comunità internazionale un imprescindibile alleato in questa “lotta”.

    Dal 1953, in Olanda, tutto è cambiato e la sicurezza è diventata un obiettivo costantemente perseguito, tanto che ancora oggi lo 0,1% del PIL olandese (1,1 miliardi di euro) è destinato alla prevenzione contro le inondazioni. Harold van Waeren, Ministro delle Infrastrutture e della gestione delle risorse idriche olandese, dichiara <<se il livello del mare dovesse aumentare, i Paesi Bassi saranno l’ultimo paese ad essere evacuato>>.

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