Chi vuole l’oro nero?

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Lunedì 20 aprile 2020 passerà alla storia come il giorno in cui il prezzo del petrolio ha sfiorato il valore negativo di – 40 dollari al barile.

Le ragioni di questa distorsione di mercato sono riconducibili sia a fattori tecnici contrattuali, sia a dinamiche macroscopiche che riflettono l’attuale crisi globale.

 

Cos’è successo

L’anno scorso, un barile di petrolio valeva in media 64 dollari.

Già nei primi mesi di quest’anno, il prezzo ha conosciuto un progressivo crollo, fino all’incredibile.

Il West Texas Intermediate (WTI) è un tipo di petrolio prodotto in Texas il cui valore è utilizzato come benchmark sul mercato dei contratti futures del mercato mondiale NYMEX (New York Mercantile Exchange). Ogni mese i contratti futures WTI si estinguono con la consegna del greggio, mettendo fine alla finestra di negoziazione del prezzo. Lunedì mattina, l’ultimo giorno di negoziazione, la borsa ha aperto con un prezzo di 18 dollari al barile; entro la fine della giornata, il prezzo è caduto sotto lo zero, raggiungendo un valore negativo di “meno 37.63 dollari” al barile. Concretamente, un prezzo negativo significa che i produttori pagano per liberarsi del petrolio.

Ma andiamo a vedere quali sono i vari fattori che hanno influito su questo crollo e che tipo di natura hanno.

 

Fattori contrattuali finanziari

La prima causa tecnica è l’imminente scadenza del future contract da cui dipende la quotazione del prezzo del petrolio. I commodity futures sono contratti a termine standardizzati con cui ci si obbliga a scambiare una prefissata quantità di merce ad una certa data, e che permette di negoziarne il prezzo in borsa. È frequente che, all’avvicinarsi della conclusione del contratto, gli speculatori tentino di far crollare il prezzo al di sotto di un certo limite, limite oltre il quale possono esercitare l’arbitraggio, traendo profitto dall’inefficienza del mercato.

In concomitanza, si verifica anche il rolling, ovvero il rinnovamento del contratto sulla base del prezzo corrente sul mercato: un’altra grande opportunità di guadagno per gli azionisti che rivendono il futures contract.

 

Fattori economici reali

Ma la chiave della distorsione del prezzo risiede nello scarto sostanziale tra domanda e offerta, che genera gravi inefficienze nel prezzo ma anche nella gestione fisica del petrolio.

Innanzitutto, la domanda di greggio questo mese è un terzo del livello pre-crisi da lockdown. In risposta alla crisi globale, nelle scorse settimane l’Arabia Saudita, de facto il leader della Opec, propose al cartello di ridurre severamente l’estrazione di greggio e di vendere al prezzo di produzione. A fronte del disaccordo con la Russia, l’Arabia Saudita ha intrapreso una price war aumentando la produzione per far diminuire il prezzo: la Russia ha risposto allo stesso modo. Il risultato netto è stato un aumento eccessivo dell’offerta di greggio, complice dell’inasprimento della distorsione.

Per la prima volta dagli anni Trenta, il mercato del petrolio fronteggia uno shock sia della domanda che dell’offerta. Da qui scaturiscono le preoccupazioni per lo stoccaggio: i magazzini e il delivery point del greggio (a Cushing, Oklahoma – come da contratto WTI) stanno raggiungendo la massima capacità. Il prezzo è dunque crollato perché i trader volevano togliersi ogni obbligazione di prendere a carico e mantenere i barili di petrolio prima della scadenza del contratto. Il prezzo negativo riflette dunque la crescente preoccupazione di saturazione delle zone statunitensi di stoccaggio del petrolio, causata anche dal lockdown che ne ha drasticamente frenato il consumo.

 

Possibili interventi

 In risposta al crollo, il direttore della International Energy Agency ha richiesto che la Opec ed i suoi alleati riducano di oltre il 10% l’offerta globale. Tuttavia, i trader temono che non sia sufficiente per rispondere al collasso dei consumi energetici.

Se la situazione stentasse a stabilizzarsi, il governo americano potrebbe aumentare la domanda acquistando il petrolio e stoccandolo nella Strategic Petroleum Reserve, un magazzino di emergenza istituito negli anni Settanta. La proposta era emersa settimane fa, ma il congresso aveva richiesto altrettanti investimenti in green energy.

Un’alternativa, favorita da banche e hedge funds, è che il governo acquisti petrolio non ancora estratto fino a che il prezzo non si ristabilizza su un valore “normale”. A quel punto i produttori estrarranno il greggio, lo rivenderanno ad un prezzo più alto di quello pagato dal governo e lo risarciranno. Questa strategia permetterebbe di sopperire alla sovrapproduzione e di mantenere intatta la liquidità delle aziende.

Il terzo scenario lascerebbe il mercato a sé stesso, permettendo alle sue forze di ricondurre ad un equilibrio. Il crollo del prezzo indurrà una razionalizzazione dell’offerta, ma condurrà anche a ulteriore disoccupazione e bancarotte, soprattutto negli Usa.

 

Spiragli per il cambiamento

Un prezzo negativo comporta effetti collaterali, fra cui il corrodersi dell’investimento nel petrolio come commodity sicura. Allora anche le grandi aziende del settore, tra cui BP e ExxonMobil, saranno costretta ad investire nelle rinnovabili, cosa che fino ad oggi hanno fatto in quantità a dir poco misera: l’investimento medio in fonti non fossili stenta a raggiungere l’1% del capitale totale investito.

Inoltre, come ricorda il Financial Times, per gli Usa sarebbe un’ottima occasione per introdurre la tanto richiesta tassazione nazionale sul carbonio o perlomeno per l’inserimento di sussidi ad hoc solo per aziende del settore energy che stanno attuando un serio decarbonisation plan. Perché, come tutti sappiamo, la transizione ecologica richiede un abbandono del petrolio, ma se la produzione viene interrotta bruscamente, prima della realizzazione di strategie alternative, il prezzo salirà talmente tanto da indurre l’economia globale ad un altro shock, limitando l’opportunità di transizione.

 

 

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