I criteri ESG: rivoluzione nel mercato finanziario?

Negli ultimi anni stiamo assistendo a numerose novità, amplificate anche dall’emergenza Covid-19, nel mondo dei mercati finanziari: un nuovo ruolo attivo delle varie Banche Centrali (Fed e Bce su tutte), tassi d’interesse ai minimi storici, ed in alcuni casi negativi, enorme liquidità disponibile, poca corrispondenza tra i rendimenti dei mercati finanziari e l’attività dell’economia produttiva.

Tra queste novità se ne inserisce una di notevole interesse, soprattutto in ottica futura, sia per gli investitori, che si troveranno a dover prendere decisioni di investimento fondamentali per stimolare la necessaria ripresa dell’economia, sia per le istituzioni che decideranno di rivolgersi alla platea dei mercati per reperire risorse per loro fondamentali; questa novità riguarda i criteri “ESG” – acronimo per “Environmental”, “Social” and “Governance” –  i quali allargano la dimensione di analisi di un titolo, poiché nella valutazione dell’attività di un emittente, sia corporate che governativo, ci si concentra non solo su aspetti economico-finanziari, ma anche sugli impatti dal punto di vista ambientale, sociale e di buona governance.

Analizzando nello specifico l’acronimo ESG notiamo come questi nuovi criteri di valutazione siano molto meno generici e vacui di quanto possa sembrare: infatti nella dimensione ambientale, per esempio, sono considerate diversi indicatori quantitativi quali, le emissioni di CO2 e l’impatto sul cambiamento climatico, l’utilizzo di energie rinnovabili e l’attenzione alle riserve idriche, la biodiversità e la sicurezza alimentare; vengono inoltre analizzate anche dinamiche interne all’azienda, sia nelle gestione e valorizzazione delle risorse umane, come il rispetto dei diritti umani, l’attenzione al benessere e alla sicurezza aziendale, sia nelle pratiche di corporate governance quali la remunerazione dell’alta dirigenza, i diritti degli azionisti e la lotta alla corruzione.

L’elevata diffusione di questa nuova dimensione di valutazione è ormai una realtà quasi unanimemente riconosciuta nel settore finanziario; dal Ceo di Goldman Sachs David Solomon a quello del fondo di investimento BlackRock Laurence D. Fink, sono ormai diverse le esternazioni che ci mostrano come questi indicatori siano centrali nelle scelte degli investitori.

Nel contesto italiano si segnalano, tra le altre, le azioni poste in essere da Mediobanca SGR, le quali si basano su una combinazione di screening negativi e screening positivi. I primi, attraverso l’utilizzo di criteri di esclusione, hanno l’obiettivo di rimuovere dalla massa investibile emittenti azionari e obbligazionari direttamente e significativamente collegati alla produzione e/o commercializzazione di armi che violano i fondamentali principi umanitari nonché in tipologie di business contrarie ai valori del Gruppo Mediobanca e che potrebbero esporre la SGR a gravi rischi reputazionali; i secondi, invece, vengono utilizzati per valutare l’investimento anche sulla base di criteri puntuali d’inclusione ESG, privilegiando emittenti e OICR con un rating ESG elevato e società non coinvolte in gravi controversie, e si declinano in limiti di investimento differenziati per tipologia di prodotto (se qualificato come ESG o non ESG). Oltre Mediobanca, anche il gruppo di gestione del risparmio Kairos ha lanciato KIS Active Bond ESG, un fondo che investe principalmente in obbligazioni corporate che rispettano logiche ESG. A livello globale va notato le attività gestite dai fondi d’investimento dal gennaio all’ottobre del 2020 hanno registrato afflussi netti di risparmio per oltre 150 miliardi di euro, l’ottanta per cento in più rispetto all’analogo periodo del 2019. Nell’area Euro (Grafico 1) possiamo notare come la quota investita in fondi ESG sia più che triplicata, con una preferenza per azioni e titoli a reddito fisso.

 

GRAFICO 1: Area dell’euro: attività dei fondi ESG globali per classe di attività (grafico di sinistra) e distribuzione delle partecipazioni per settore nell’area dell’euro (grafico di destra)

 

Se le iniziative degli investitori privati sono in crescita sia nelle dimensioni che nel numero, va però riconosciuto come il ruolo delle Istituzioni, in particolar modo Internazionali, sia di fondamentale importanza, poichè assumono il ruolo di guida dell’intero mercato, condizionando le iniziative private; tra le motivazioni Istituzionali vi è certamente l’obbligo di raggiungere i 17 Goals per lo sviluppo sostenibile fissati nel 2015 dalle Nazioni Unite nell’Agenda Onu 2030. Inoltre, come evidenziato da Fabio Panetta, membro del comitato esecutivo della Bce, in occasione del 50esimo anniversario di AIAF (Associazione Italiana per l’Analisi Finanziaria) non è realistico immaginare che l’ingente volume di investimenti necessari allo sviluppo sostenibile possa essere realizzato senza l’intervento del settore pubblico, al fine, ad esempio, di innalzare il prezzo del carbonio potenziando il sistema di scambio di quote di emissione o di sostenere le attività di ricerca e sviluppo di fonti di energia alternative. La possibilità di attuare programmi d’investimento di questa portata dipenderà dal costo e dalla disponibilità di risorse finanziarie. Un costo del capitale più basso rispetto agli investimenti tradizionali – il cosiddetto green premium – potrebbe stimolare l’avvio di progetti sostenibili”

Tuttavia va evidenziato come siano sorti alcuni problemi a causa dell’introduzione dei criteri ESG, in quanto i tali rating relativi alle singole aziende elaborati da diversi analisti fanno riferimento a metodologie disomogenee e risultano tra loro poco correlati, generando confusione e incertezza tra gli investitori; la risoluzione, specialmente di carattere normativo, di queste problematiche incentiverebbe un ancor maggiore utilizzo di tali criteri, aiutandone lo sviluppo e la diffusione su scala nazionale e internazionale.

 

A cura di Giorgio Costa del VGen Finance Hub