Covid e innovazione in Europa: come ha risposto il Venture Capital a una sfida senza precedenti?

“Any time is a good time to start a company.” (Ron Conway, Angel Investor)

Well, Ron, are you sure?  Potrebbe essere una risposta abbastanza comprensibile a una citazione che, ad oggi, sembra quasi anacronistica. Infatti, la diffusione del virus Covid-19 in tutto il mondo ha segnato un drastico cambiamento della vita sotto tutti i punti di vista; tale stato di emergenza ha causato la chiusura di gran parte delle attività economiche non essenziali e lockdown nella maggior parte dei paesi del mondo, con conseguenze disastrose sull’economia. Qual è stata, in questo senso, la risposta del settore del Venture Capital (VC) e come hanno risposto le autorità nazionali e sovranazionali, in particolare l’Unione Europea?

Ma procediamo uno step alla volta: cosa si intende con Venture Capital?

Come noto, il Venture Capital (VC) è una forma di Private Equity (PE) nata al termine della Seconda Guerra Mondiale e sviluppatasi fino a diventare un’industria sofisticata con numerosi player e un ruolo importante nello stimolo all’innovazione. Essa è utilizzata dagli investitori ai fini di destinare capitali a startup e aziende private di piccole dimensioni che presentino prospettive di crescita promettenti. Tale capitale può essere destinato in fasi differenti della vita aziendale e in molteplici round. Nello specifico, ciò che rende i fondi VC diversi dai PE è lo stadio in cui gli investimenti avvengono. Per i VC questo accade nei primi momenti di vita di un’azienda quando essa necessita di finanziarsi e crescere. Nel caso del PE invece, ciò avviene in fasi avanzate per crescere ulteriormente, consolidarsi ed espandersi.

Le realtà più importanti di questa industria sono i fondi specializzati, gli angel investors e le aziende, attive tramite il Corporate Venture Capital. I primi, fondi di Venture Capital, raccolgono capitali dagli investitori e utilizzano conoscenze specifiche per allocarli in imprese. I secondi, imprenditori o soggetti con ingenti capitali in cerca di reddito, invece destinano capitali propri solitamente nei momenti di avviamento delle attività. I fondi possono essere trasferiti in più round e il più delle volte gli investitori assumono un ruolo attivo nelle aziende per assicurarsi che piani e strategie predefinite vengano rispettati.

Un discorso a parte va fatto per il corporate venture capital (CVC), con il quale si intende l’investimento diretto da parte di un’azienda in una startup. Il CVC nasce principalmente dalla necessità delle aziende di espandersi, integrare verticalmente o favorire lo sviluppo di prodotti innovativi che permettano la crescita del proprio business (open innovation). Per questo gli investimenti sono spesso concentrati in settori affini o complementari a quello in cui opera la compagnia che li effettua. Il modus operandi consiste nell’entrata nel capitale tramite l’ottenimento di una quota di minoranza che può evolvere in un secondo momento in un’acquisizione completa. Il vantaggio di questa pratica rispetto allo sviluppo interno o all’acquisizione immediata sono il minor rischio e la maggiore spinta innovativa, più semplice da preservare in una startup agile rispetto ad una multinazionale. Tra le multinazionali più attive in questo campo troviamo Google (Google Ventures), Intel (Intel Capital) e Qualcomm (Qualcomm Ventures).

Nonostante gli investimenti in Venture Capital siano particolarmente rischiosi, essi risultano estremamente attraenti grazie al ritorno che sono in grado di generare. Infatti, si ritiene che a fronte di dieci investimenti, quattro falliscano completamente, quattro o cinque restituiscano il capitale iniziale e solo una o due producano risultati significativi regalando agli investitori un IRR (Internal Rate of Return, utilizzato per misurare la redditività di un investimento) pari al 15/20% sull’investimento iniziale complessivo. Dal punto di vista degli imprenditori invece questi finanziamenti stanno assumendo progressivamente maggiore importanza. In alcuni casi infatti il VC è la sola fonte di finanziamento che le aziende possano permettersi, e nonostante l’accesso a questi fondi comporti una riduzione nelle quote societarie detenute dai soci esistenti, il capitale ottenuto non è soggetto ad alcuna forma di garanzia e pertanto garantisce a chi lo ottiene i più ampi spazi di manovra.

Indipendentemente dal tipo di investitore, il modello di business legato a questa tipologia di investimento prevede che il capitale allocato sia disinvestito entro un periodo che non eccede, tipicamente, i dieci anni. Le modalità attraverso le quali l’exit dall’investimento avviene si circoscrivono alla vendita di partecipazioni ad altri soci, all’avviamento di un’attività di M&A, oppure, più infrequentemente, a un un’IPO sui mercati, a seconda della fase di vita dell’azienda stessa e dell’obiettivo dell’investitore.

Dopo questa veloce e doverosa introduzione, possiamo passare al topic di interesse di questo articolo: l’eccezionale momento che sta attraversando il VC, testimoniato dalla capacità del settore di crescere in un momento così delicato della storia recente. Il venture capital in Europa continua, infatti, a crescere a ritmi sostenuti nonostante le difficoltà macroeconomiche legate alla pandemia da COVID-19.

Dopo una stasi nel primo semestre dovuta agli effetti dell’emergenza sanitaria e alla conseguente incertezza economica mondiale, nel 2020 il capitale è fluito liberamente in Europa e il valore dei capitali investiti è cresciuto significativamente superando quanto registrato negli  anni precedenti.

Recentemente PitchBook, ha pubblicato il 2020 Annual European Venture Report, che rileva come l’anno scorso il valore delle transazioni venture capital sia risultato  superiore del 14,8% rispetto al 2019: 42,8 miliardi di euro, 9.341 deal, un nuovo record.

 

I numeri del VC in Europa: geografia e settori

Nonostante la crescita Europea nel suo complesso, la grande eterogeneità che ha storicamente caratterizzato i paesi del vecchio continente in termini culturali ed economici, si ripresenta anche nella tipologia e nel valore degli investimenti sia per quantità che per delta annuale.

 

 

 

Secondo i dati di Statista per i singoli paesi, nonostante il Regno Unito sia cresciuto del solo 1.7%, esso si conferma leader europeo nel VC, con circa 13.5 miliardi di euro investiti e 5 nuovi Unicorni nel solo 2020. Tuttavia, il dominio britannico (precedentemente indisturbato) viene sfidato da una delle zone più in crescita d’Europa: la DACH. I paesi di lingua tedesca stanno infatti crescendo vertiginosamente. In particolare, nonostante l’Austria sia in una fase arretrata rispetto a Germania e Svizzera con “soli” 210 milioni di euro investiti, l’ammontare degli investimenti è cresciuto del 58.1% rispetto al 2019. Germania e Svizzera nello stesso periodo, per capitali investiti pari a 6.3 e 1.8 miliardi fanno registrare una crescita del 10% circa.

Tra i paesi europei Francia e Benelux sono terzi per attività. In Francia il governo ha annunciato la creazione di un fondo per supportare l’economia digitale e le startups. Nella regione del Benelux la crescita dei Paesi Bassi (circa +38%) controbilancia i cali di Lussemburgo e Belgio (-23% e -18.1%).

Nel Nord Europa i paesi Scandinavi confermano il trend positivo di investimenti in VC. La Svezia è infatti quarta potenza Europea in questo ambito, e in Norvegia si ha assistito a un travolgente +73.9%, il valore più alto del continente. Al centro del panorama Est-Europeo si trova invece l’Estonia, con 360 milioni di euro investiti. In ultimo, la Spagna si conferma regina del VC nel Sud-Europa con 790 milioni di euro di investimenti di VC (+13%).

Con una cifra pari a 26,5 miliardi di euro, i deal di dimensioni superiori a 25 milioni di euro hanno rappresentato il 61,8% del totale investito. Il round late-stage da 560 milioni di euro di CureVac è stato il più grande affare dell’anno. Ma ancora, Klarna, Deliveroo, N26, Revolut e Northvolt hanno siglato accordi per oltre 500 milioni di euro, quando solo due aziende raccoglievano tale somma nel 2019.

A livello mondiale, come da attese, gli Stati Uniti sono ancora in testa con 156 miliardi di dollari investiti in startup, valore in crescita, superiore ai 138 miliardi del 2019.  Interessante notare come le aziende late-stage abbiano contribuito per circa un terzo (28,8%) del numero di deal e circa due terzi del valore totale. Al contrario, gli investimenti in fase seed e i primi finanziamenti sono diminuiti sensibilmente. Dati analoghi sono emersi anche nel mercato europeo.

Nonostante il divario tra il mercato europeo e quello americano, sinteticamente individuabile nella tradizione delle startup europee ad utilizzare strumenti bancari come fonte di finanziamento, i dati europei risultano essere in continua e costante crescita, rendendo l’Europa la terra promessa del VC.

Detto ciò, una domanda sorge spontanea: in quali settori convogliano principalmente gli investimenti di VC in Europa? La risposta data nell’European Venture Report di Pitchbook è chiara: con 14.5 miliardi di euro investiti attraverso 2123 deals, il settore del software ha coperto circa il 33% del totale degli investimenti crescendo nella quantità di capitale allocato (+7.9%) ma diminuendo del 22.3% nel numero dei deals. Al secondo posto troviamo invece gli investimenti in startup biotecnologiche e farmaceutiche, che si assestano sui 5.4 miliardi di euro (circa il 12,5% del totale), con una crescita del 41.1%, in particolare in Germania.

Un trend interessante riguarda il settore dell’healthcare, il quale ha assistito nell’ultimo decennio a un cambio di rotta: in particolare, si osserva una tendenza inversa tra l’offerta di devices (in netto calo) e di servizi (la cui crescita appare inoltre in linea con il trend sempre più forte della service economy) come indicato nel KPMG Venture Pulse Q3 2020. Fanno parte di quest’ultima categoria Babylon Health (UK) e Doctolib (FR), due startup di telemedicina che hanno visto una crescita importante nell’ultimo anno, favorita dall’emergenza sanitaria.

 

Focus on: CVC

Spostando l’attenzione sul Corporate Venture Capital, si osserva come esso abbia causato, insieme al resto del VC, un incremento sostanziale degli investimenti negli ultimi dieci anni, negli Stati Uniti così come in Europa. Secondo il report annuale di PitchBook sul VC in Europa, il valore dei deal europei con partecipazione CVC è passato da 15,6 miliardi nel 2019 a 19,4 miliardi nel 2020, confermando il forte trend positivo già manifestato negli anni addietro. Molti dei maggiori deals europei dello scorso anno, tra cui il già citato round di investimenti da 560 milioni di euro di CureVac e quello da 527,6 milioni di Deliveroo, hanno visto la partecipazione di CVC, particolarmente attivi nei settori Software e Biotech&Pharma.

L’attività CVC non ha rallentato la sua crescita nonostante la situazione imposta dalla pandemia, che ha offerto, insieme a nuove difficoltà, ulteriori possibilità e un’accelerazione dei processi di innovazione. Le nuove necessità dettate dalla riduzione degli spostamenti e dal social distancing hanno infatti portato le aziende ad investire nelle startup che innovano in tal senso. Un esempio emblematico di questo fenomeno è Hopin, piattaforma per eventi online londinese che presenta tra i finanziatori Salesforce Ventures. La startup ha assistito ad una crescita vertiginosa durante il 2020, facilitata dalle restrizioni legate alla pandemia, ma non è chiaro se questa crescita possa essere frenata dall’ allentamento delle misure restrittive. Indipendentemente dal successo delle singole startup, il fenomeno del CVC  continuerà nel suo trend crescente: i numerosi vantaggi in termini sia economici che strategici lo rendono un elemento fondamentale per competere su un mercato sempre più veloce e dinamico.

Dunque, sembra che Ron Conway non abbia poi così torto per quanto riguarda il VC in Europa, ove anzi, la risposta ad una pandemia senza precedenti è stata molto incoraggiante.

 

Ma l’Italia?

Come viene spiegato da Meneghello (“Venture capital più forte del Covid: investimenti a 650 milioni nel 2020”, Il Sole 24 Ore, 17 febbraio 2021) in realtà l’impatto del Covid sul Venture Capital italiano è stato minore del previsto: tale settore ha infatti confermato i buoni risultati del 2019 con un ammontare investito di circa 650 milioni di euro. Nonostante l’incertezza dei mercati, dunque, il VC si conferma in forte crescita, anche grazie alla piena operatività raggiunta dal Fondo “Italia Venture II – Fondo Imprese Sud” e dal Fondo “Acceleratori”, entrambi gestiti da Cassa Depositi e Prestiti Venture Capital SGR.

Innocenzo Cipolletta, presidente di AIFI (Associazione Italiana del Private Equity e Venture Capital), ha puntualizzato che inevitabilmente c’è stato un rallentamento del mercato nei primi mesi di pandemia, ma che nella seconda parte dell’anno il recupero è stato superiore alle aspettative. Alla fine dell’anno il numero di operazioni è stato superiore a quello del 2019; questo perché vi è stata una riduzione della taglia media delle operazioni. Pertanto, la crisi pandemica ha influito con uno slittamento dei deal di maggiori dimensioni per dare la precedenza a deal più piccoli.

Altro ruolo molto importante in questo periodo è stato giocato dalla figura dei business angels; il numero degli investimenti realizzati in sindacato con il venture capital è infatti raddoppiato. In particolare, sul totale dei 650 milioni di investimenti monitorati da Vem, circa 270 sono riconducibili a investitori di venture capital, in diminuzione rispetto ai 366 del 2019, mentre 325 milioni, (contro 230) riguardano come detto gli interventi realizzati in collaborazione con i Business angels. Questi ultimi hanno hanno a loro volta realizzato 51 milioni di investimenti (in linea con il dato dell’anno precedente) senza cooperazione con i fondi. Tali risultati segnano un elemento estremamente positivo per il futuro, soprattutto all’interno di un’ottica normativa che resta particolarmente favorevole dopo l’innalzamento delle soglie legate alle detrazioni fiscali.

Quanto alla distribuzione geografica degli investimenti di VC in Italia, storicamente problematica dato il dominio economico del Nord rispetto al resto d’Italia (ovvero la doppia velocità del Belpaese), si rileva un trend estremamente positivo per il Sud, dove il tasso di natalità delle startup risulta ad oggi superiore a quello delle imprese italiane. Ciò, oltre ad evidenziare come i sostentamenti dati al Mezzogiorno sotto forma di sgravi fiscali stiano dando i loro frutti, potrebbe essere legato anche al fenomeno della migrazione delle startup dai canonici centri di aggregazione come Milano e Roma (per un approfondimento, vedi “Innovazione e Successi lontani dalle città metropolitane“).

Nonostante il trend di crescita negli investimenti, soprattutto in early stage, ed il rinnovato apporto di risorse pubbliche provenienti dalla CdP, il corporate venture capital rimane un meccanismo macchinoso; inoltre, tale processo è molto più debole nel panorama italiano rispetto panorama Europeo. È necessario dunque stimolare tale tipologia di investimenti al fine di migliorare e perfezionare il VC italiano, in particolare nella fase “late” e nella capacità di queste fonti di rinnovare l’universo delle imprese italiane in generale.

 

Un piano per il futuro: la proposta dell’Unione Europea

Quanto all’UE, al fine di contribuire a riparare i danni economici causati dalla pandemia, la Commissione Europea, il Parlamento Europeo e i leader dell’UE hanno concordato un piano di ripresa dell’Europa per uscire dalla crisi e gettare le basi per un futuro più moderno, sostenibile ed equo. Questo piano prevede due misure principali: un nuovo bilancio a lungo termine, volto a potenziare i meccanismi di flessibilità, ed il programma Next Generation EU, strumento temporaneo pensato per stimolare la ripresa con un’iniezione da 750 miliardi di euro nell’economia. Queste due principali misure forniscono un pacchetto di stimolo per l’economia senza precedenti nella storia dell’Unione Europea.

Per ciò che concerne il Venture Capital, esso rientra all’interno di un programma di investimento nato a gennaio del 2019 con il nome di Fondo InvestEU, il quale si fonda sul successo del Piano Juncker, che tra il 2015 ed il 2020 ha erogato più di 500 miliardi di euro a sostegno delle economie europee. Il Fondo InvestEU mira a mobilitare oltre 372 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati attraverso una garanzia del bilancio dell’UE di 26,2 miliardi di euro che sostiene gli investimenti di partner esecutivi come il gruppo della Banca europea per gli investimenti (BEI) e altre istituzioni finanziarie. La ripartizione del Next Generation EU, inoltre, apporterà una cifra aggiuntiva di 5,6 miliardi di euro a tale Fondo. Esso potrà essere concesso in forma di prestiti, garanzie ed equity ed i beneficiari finali potranno ottenerlo anche tramite intermediari finanziari, tra cui banche e fondi di venture capital.

Altro punto sul quale l’UE sta premendo particolarmente è l’abbattimento della frammentazione degli ecosistemi, vero ostacolo per la crescita delle startup nel vecchio continente. A questo proposito, in occasione del Digital Day 2021, che ha avuto luogo il 19 Marzo, 24 Paesi firmatari si sono impegnati a sostenere il lancio dell’EU Startup Nations Standards (SNS). Esso è una dichiarazione internazionale che si pone l’obiettivo di assicurare alle startup nate nei paesi dell’Unione le migliori pratiche alla base degli ecosistemi di maggior successo in Europa e nel mondo, con l’intenzione di raddoppiare entro il 2030 il numero di unicorni (ossia startup che raggiungono una valutazione di almeno 1 mld di euro).

La necessità di tale accordo deriva dal fatto che, nonostante negli ultimi anni si sia registrato un aumento del numero di unicorni, la visione di insieme resta poco soddisfacente: mentre il 36% delle startup mondiali hanno sede in Europa solo il 14% degli unicorni globali si trova qui. Oltretutto, la distribuzione degli investimenti rimane un punto estremamente critico perché essa avviene principalmente su base locale. Questa tendenza è legata al fatto che ogni paese ha una propria regolamentazione e limitando nella pratica la circolazione libera dei capitali. Inoltre, gli investitori preferiscono nazioni in cui la regolamentazione garantisce maggiori probabilità di successo per i propri investimenti destinando le proprie risorse a paesi dai quadri normativi più permissivi e/o vantaggiosi.

In questo senso, l’SNS si propone di unificare gli ecosistemi europei con una serie di misure:

–  Facilitazione e velocizzazione della costituzione di startup;
–  Attrazione e capacità di trattenere i talenti;
–  Riconoscimento delle stock option senza diritti di voto per le startup;
– Innovazione nella regolamentazione intesa come semplificazione burocratica per progetti nascenti;
– Accesso ai finanziamenti;
– Digital First intesa come interazione quotidiana tra startup e autorità volta al digitale;
– Inclusione sociale, diversità e protezione dei valori democratici.

L’importanza del SNS è legata quindi alla ricerca di una integrazione degli ecosistemi europei con l’obiettivo di creare un mercato dei capitali più efficiente, aperto e simile a una realtà come quella americana, dove le startup hanno facile accesso al capitale proveniente da qualsiasi stato federale.

 

Ma quindi, cosa significa tutto ciò? Cosa dobbiamo aspettarci?

In un famosissimo paper del 2012, Robert Gordon sosteneva che la crescita negli Stati Uniti fosse sostanzialmente terminata, e che le innovazioni al giorno d’oggi non fossero più così dirompenti ed impattanti come lo erano state, a loro tempo, l’elettricità e il treno a vapore. Tale contributo ha portato alla creazione della frangia di cosiddetti tecno-pessimisti, il cui pensiero si allarga anche, chiaramente, all’Europa. Tuttavia, come illustrato precedentemente, al giorno d’oggi sia negli States che nel Vecchio Continente si osserva un’attenzione sempre maggiore agli investimenti in una parte dell’economia altamente innovativa come il VC, che potrebbe rendere l’affermazione dell’economista americano (almeno per il momento) lontana dal vero. Infatti, la fiducia negli startuppers (e più in generale imprenditori) Europei rappresenta probabilmente l’unico vero modo per arginare il temuto rallentamento nella crescita tecnologica, che porterebbe a conseguenze quanto mai tragiche per ogni singolo paese. E se neanche una pandemia senza precedenti ha fermato questo trend, significa che tutti, dai fondi di Private Equity agli Angel Investors, dai singoli stati all’Unione Europea, fino ad arrivare alle aziende multinazionali, hanno realizzato che questa è la strada giusta da intraprendere.

(Quindi, siamo d’accordo caro Ron: anche adesso è un ottimo momento per creare un’azienda!)

 

A cura di  Luca Mocci, Gianni Morelli, Pietro Toso, Federico Perra e Giovanni Bursi del VGen Bocconi Students Innovation Hub