Tag: innovation

  • Being a Consultant with Bootcamp | Dall’esperienza umanistica di Michela Rivellino alla consulenza in BIP

    Being a Consultant with Bootcamp | Dall’esperienza umanistica di Michela Rivellino alla consulenza in BIP

    Il BIP Bootcamp è il ponte tra aule universitarie e aziende. Lo racconta Michela Rivellino, Consultant in BIP ed ex studentessa di Lingue che ha scelto di valorizzare le sue soft skills in un contesto apparentemente lontano. Infatti, chi ha detto che una studentessa umanistica non può lavorare nel consulting? Cogliendo l’occasione della BIP Business School, Michela è riuscita a oltrepassare la barriera che spesso separa gli ambienti accademici dal reale mondo del lavoro. Ne abbiamo parlato insieme nell’intervista di seguito, realizzata per la Community di VGen ⬇️

     

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  • Voxan Wattman: in moto a 408 km/h

    Voxan Wattman: in moto a 408 km/h

    Il binomio tra Max Biaggi ed il mondo delle due ruote continua a stupire ben oltre il ritiro del pilota dalla moto Gp avvenuto nel 2005 e dalla superbike nel 2015. L’ex campione del mondo ha accettato le sfide di infrangere una serie record a bordo di una moto, elettrica, nel novembre 2020. 

    La moto in questione è la Voxam Wattman, sviluppata dal marchio Venturi di Stoccarda. Si tratta di una due ruote elettrica dalle dimensioni di 2.700mm in lunghezza, 710mm in larghezza e 1.030mm in altezza. La Voxan Wattman vanta alcune caratteristiche tecniche speciali che la distinguono dalle motociclette convenzionali. Ad esempio, per massimizzare la distanza tra le ruote anteriori e posteriori (un passo più lungo offre maggiore stabilità), gli ingegneri di Voxan hanno progettato la moto con delle sospensioni anteriori a doppio braccio, invece di ricorrere ad una forcella telescopica. Tale soluzione permette di ridurre la resistenza, consentendo al contempo una sostituzione più rapida e semplice. La moto è progettata in modo tale che il pilota sia seduto in una posizione più arretrata permettendo di abbassare il baricentro. Il telaio è invece realizzato in acciaio aerospaziale, mentre il cambio da corsa e i cerchi delle ruote sono in alluminio. 

    Per i limiti imposti dal peso della batteria (quasi il 50% della massa totale del Wattman) ed il livello di prestazioni richiesto non esisteva alcuna batteria sul mercato che si adattasse a tali requisiti. Così gli ingegneri della Voxan Motors hanno progettato la nuova unità di potenza di Wattman. La sfida era trovare le parti che offrivano il miglior rapporto peso-potenza possibile. Con 1.470 celle (e un peso di 140 kg), la batteria del Voxan Wattman eroga 317 kW di potenza nominale, con una capacità di 15,9 kWh.

    La Wattman non ha un sistema di raffreddamento convenzionale. Essa non presenta alcun radiatore, il quale è visto come uno svantaggio dl punto di vista aerodinamico. Per evitare il surriscaldamento, il fluido presente nel circuito viene raffreddato da ghiaccio secco, contenuto in un serbatoio montato sotto il sedile. Il fluido raffreddato viene quindi pompato attraverso il circuito di raffreddamento che attraversa il cuore del propulsore. 

    Sono ben 11 i record di velocità stabiliti da Max Biaggi a bordo della Voxam. Inizialmente il tentativo del record si sarebbe dovuto svolgere sul Salar de Uyuny, il lago salato più esteso al mondo in Bolivia, ma a causa delle restrizioni imposte dal Covid-19, la location scelta che avrebbe garantito le condizioni ideali su pista è stata l’aeroporto francese di Chateauroux. Tra i record sottolineiamo i record sul quarto di miglio e su un miglio con partenza da fermo e con partenza lanciata. In entrambi i casi si è corso con una carenatura parziale e non. 

     

     

    Il record principale è sicuramente quello della velocità massima stabilito a bordo di una moto elettrica, la mattina del 31 ottobre 2020. Secondo i rilevamenti, il tachimetro GPS della Voxan Wattman ha raggiunto una velocità massima di 408 km/h. La velocità della Voxan Wattman, appartenente alla classe delle semi-streamliner (con carenatura parziale) oltre i 300 kg, pilotata da Max Biaggi, è stata misurata da una partenza lanciata di oltre 1 miglio in direzioni opposte, in un periodo di due ore.

    Secondo il regolamento della FIM (Fédération Internationale de Motocyclisme), la velocità media registrata in queste due corse è stata di 366,94 km/h, battendo il risultato ottenuto da Ryuji Tsuruta e dalla Mobitec EV-02A di 329 km/h nel 2019. 

    Tuttavia, il team Voxam ha dichiarato di non voler accontentarsi degli eccezionali risultati ottenuti ma ha comunicato di voler continuare a stupire, impegnandosi nel riuscire a stabilire una velocità media di nel 2022 si possa raggiungere una velocità media di circa 400 km/h, mentre attualmente la velocità media ottenuta è di ‘soli’ 366,94 km/h.

    Le parole di Max Biaggi al termine della corsa sono state le seguenti: “Io non ho mai toccato i 400 km/h, e credetemi intorno a queste velocità cambia completamente la prospettiva dello spazio che ci circonda. Diventano determinanti gli effetti aerodinamici, l’aria è un muro praticamente impenetrabile e cominci a combattere con delle forze fino a quel momento poco note. Rimanere aggrappato alla moto, mentre cerchi di raggiungere velocità per me inimmaginabili, è stata una sfida nuova per me.”

     

     

    A cura di Alessandro Celli del VGen Engineering Hub

  • MATE-XT: il perfetto esoscheletro meccanico

    MATE-XT: il perfetto esoscheletro meccanico

    Anno dopo anno nel campo della biomeccanica si fanno passi da gigante. In particolare, uno dei settori più all’avanguardia riguarda la realizzazione di esoscheletri meccanici, in grado di sostenere il corpo dell’operatore in notevoli attività. L’applicazione di questa tecnologia è senza limiti: si va dall’uso industriale fino a quello ospedaliero, dall’utilizzo in opere civili fino a quello domestico, dall’automotive alla logistica. 

    Diversi sono i prototipi proposti sul mercato con design molto diversi tra loro. Non c’è da stupirsi se alcuni assomiglino all’armatura di Ironman costruita da Tony Stark.

    È il caso di MATE-XTl’esoscheletro prodotto da Comau, società torinese del gruppo FCA leader globale in soluzioni avanzate per l’automazione industriale, che di recente ha segnato un importante traguardo nella diffusione della tecnologia dei supporti robotici passivi: primo esoscheletro sul mercato ad aver ottenuto la certificazione EAWS (Ergonomic Assessment Work-Sheet). Il progetto è stato sviluppato in collaborazione con IUVO, compagnia spin-off dell’Istituto di BioRobotica della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, e con ÖSSUR, azienda islandese leader nel settore dei dispositivi ortopedici non invasivi.  

    L’esoscheletro si indossa come se fosse uno zaino, il supporto robotizzato è costituito da 3 componenti fondamentali: la struttura spinale in carbonio, la fascia lombare high-tech che permette un intuitivo sistema di allacciamento e i bracci meccanici. Essi sono incernierati all’altezza della spalla e assicurati al braccio tramite un laccio all’altezza del gomito.  

    I materiali utilizzati permettono di mantenere il peso dell’intero apparecchio sui 4kg (che può variare di un centinaio di grammi in base alla taglia).  

     Il movimento del dispositivo è reso possibile grazie ad un attento studio dei gradi di libertà concessi dalle cerniere. Il MATE-XT è un dispositivo passivo, dunque non sono presenti motori ma l’azione di supporto nel sollevamento avviene tramite la Torque Generator Box (TGB): un meccanismo in grado di immagazzinare e trasformare l’energia meccanica potenziale di una serie di molle pretensionate al fine di creare una coppia variabile assistiva per il braccio. Le coppie assistive sono massime per angoli di flessione di circa 90°. Inoltre, il sistema di regolazione prevede 8 modelli di gestione delle forze a seconda dell’utilizzo.  

     

     

    Il concetto alla base di un sistema robotico passivo è quello di supportare l’utente nelle sue azioni di routine, non bisogna pensare che tale dispositivo permette di sollevare carichi superiori del normale, ma agisce unicamente come supporto articolare e posturale. 

    Il progetto è stato concepito inizialmente per consentire agli addetti della catena di montaggio di lavorare riducendo al minimo lo sforzo fisico.  Le applicazioni tipiche del MATE-XT riguardano una serie di operazioni che costringerebbero l’operatore a tenere una posizione ergonomicamente scorretta per un periodo di tempo prolungato, si guardi ad esempio, in ambito automotive, a tutte quelle operazioni eseguite sottoscocca. 

    I risultati dei test condotti in fase di sperimentazione mostrano miglioramenti sotto tutti gli aspetti: riduzione dello sforzo muscolare dell’operatore, miglioramento della postura, riduzione dei tempi ciclo, aumento della precisione del lavoro. Ciò potrebbe spingere un’impresa a fornire tale dispositivo agli addetti del reparto di produzione e rientrare nell’investimento piuttosto facilmente.  

    Non bisogna sforzare troppo l’immaginazione per trovare ulteriori condizioni di lavoro in cui l’utilizzo del dispositivo rappresenti un beneficio netto: spesso gli infermieri e operatori sanitari devono sollevare il paziente nel fornirgli assistenza, oppure devono trasportare le forniture mediche da un reparto all’altro. Inoltre, recentemente, sono avanzati studi sulla possibilità di utilizzare il MATE XT nell’industria agro-alimentare. 

    A tal proposito, i dirigenti di Comau ritengono che nei prossimi 5-10 anni, l’utilizzo di supporti robotici passivi registrerà un tasso di crescita del circa 40% metà del quale destinato solo al settore industriale. 

    A cura di Alessio Capone del VGen Engineering Hub

  • SLAM: i robot hanno gli occhi?

    SLAM: i robot hanno gli occhi?

    Il termine SLAM, che comunemente viene accostato ai campi da basket, in realtà è una delle frontiere dell’innovazione tecnologica che sta mettendo alla prova numerosi ingegneri e matematici in tutto il mondo. SLAM, o più precisamente “simultaneous localization and mapping”, è la capacità di un robot di rilevare lo spazio circostante e di sapersi localizzare all’interno di esso: in poche parole è un algoritmo che permette ad un conglomerato di circuiti di vedere e orientarsi. 

    Per comprendere l’importanza di tale tecnologia è fondamentale non limitarsi a pensare che possa essere utile solo a robot domestici o industriali per svolgere azioni ripetitive. SLAM infatti, significa anche veicoli a guida autonoma o droni militari capaci di agire in campi di battaglia impervi come deserti e foreste dove connessioni internet e GPS sono inutilizzabili. 

    L’ingegnere britannico Hugh Francis Durrant-Whyte fu uno dei pionieri dei metodi probabilistici applicati alla robotica negli anni novanta e fu proprio lui a porre le basi di questo problema evidenziandone anche i limiti, che a quel tempo, erano ancora numerosi: la potenza di calcolo dei computer e la qualità dei sensori. L’algoritmo infatti si fonda su un complesso processo iterativo attraverso il quale vengono analizzate una miriade di immagini, dalle quali vengono estrapolati dei punti notevoli detti “landmarks” che vanno a costituire una nuvola di punti in 3D che deve essere costantemente aggiornata e migliorata. I robot devono orientarsi utilizzando principalmente telecamere che possono fornire video e immagini in 2D, in questo modo diventa impossibile valutare la profondità da una sola immagine ed è per tanto necessario utilizzare diverse immagini per fornire le coordinate spaziali degli oggetti nell’ambiente circostante il robot.

    Simultaneous Localization And Mapping (SLAM)

     

    La vera sfida in questi anni non è stata semplicemente convertire le proprietà dell’ottica in algoritmi, ma capire come permettere ad un robot di localizzare se stesso all’interno di uno spazio. Questa capacità infatti ha come radici problemi estremamente più complessi che sfociano in altre discipline che sono attualmente al centro dello studio della comunità scientifica. I ricercatori infatti stanno cercando di adottare metodi basati sul deep learning, in particolare sulle convolutional neural networks dette CNNs anche se l’approccio comunemente utilizzato è quello di trasformare le immagini in documenti di testo in cui le caratteristiche cromatiche di unimmagine (i landmarks) non sono altro che delle parole. Analogamente a una borsa che contiene degli oggetti in maniera disordinata, le bag of words sono vettori sparsi, paragonabili a degli istogrammi archiviati in un database chiamato vocabolario. La parte finale dell’algoritmo, comunemente chiamata loop closure, si prefigge l’obbiettivo di riconoscere un frame che è già stato processato, permettendo al dispositivo di accorgersi di essere tornato in un luogo precedentemente visitato.

    La ricerca scientifica è in continua evoluzione, ogni anno vengono rilasciate versioni open source sempre più ottimizzate e facili da utilizzare. Appare quindi ovvio il motivo per cui questa tecnologia, raramente utilizzata negli anni novanta, sia esplosa ultimamente e sia destinata ad influenzare gli sviluppi futuri del mondo della robotica.

    A cura di Simone Costante del VGen Engineering Hub

  • EIC Fund: la Commissione europea entra nel capitale delle startup

    EIC Fund: la Commissione europea entra nel capitale delle startup

    L’ecosistema dell’innovazione necessita di investitori professionali e istituzionali per accompagnare i progetti innovativi nelle fasi più critiche del loro stadio di vita. La pandemia da Covid-19, se da una parte ha reso evidente l’inadeguatezza di una parte del tessuto produttivo al cambiamento, dall’altra ha favorito l’accelerazione di forme di investimento diretto nel capitale di rischio di progetti imprenditoriali altamente innovativi e caratterizzati da un alto grado di flessibilità. È il caso dell’iniziativa in capo alla Commissione europea, che ha lanciato una nuova formula di finanziamento per le startup che scopriremo di seguito.

     

    Innovazione e venture capital: a che punto siamo?

    La performance in ricerca e innovazione dei paesi UE continua a migliorare ad un ritmo costante, come confermato dal quadro europeo di valutazione dell’innovazione (EIS – European Innovation Scoreboard) per il 2020, mostrando un vantaggio rispetto agli USA ma perdendo posizioni rispetto ai maggiori concorrenti globali, quali Australia, Giappone e Corea del Sud. Per quanto riguarda l’Italia, pur presentando un trend positivo nell’ultimo decennio, non spicca né tra i leader né tra i paesi forti sull’innovazione, bensì figura tra gli “innovatori moderati”, con un rendimento inferiore a quello della media europea. Tra i 27 indicatori usati al fine di valutare il rendimento dell’innovazione, nel caso italiano, tra i più bassi vi è quello inerente finanziamenti e aiuti; questo include le spese di venture capital segnate al valore di 51,5 Summary Innovation Index, mentre il livello medio europeo si attesta almeno a 23 punti in più[1]. L’Italia sconta un forte ritardo per capitale investito nel venture capital e, nonostante alcuni sforzi siano stati compiuti negli ultimi anni, il tasso di crescita del settore è ancora inferiore rispetto a diversi paesi europei.

    Molti progetti di ricerca hanno infatti difficoltà ad attrarre finanziamenti in equity e passare alla fase di commercializzazione. È per questo necessario colmare il gap di finanziamenti che interessa le attività di trasferimento tecnologico, vale a dire del passaggio di conoscenza, competenze, metodi di fabbricazione, campioni di produzione e servizi dall’ambito della ricerca scientifica a quello del mercato. Esistono già strumenti finanziari a supporto delle imprese innovative, sia tramite entità di carattere nazionale come CDP Venture Capital SGR – un vero e proprio impulso all’ecosistema del venture capital italiano –, sia a livello europeo, con il Fondo Europeo per gli Investimenti (FEI) e le azioni della Banca Europea degli Investimenti (BEI). Invece, risale a giugno 2020 la notizia dell’istituzione di un nuovo fondo di investimenti creato dalla Commissione europea e che avrà quote di partecipazione previste tra il 10% e il 25%.

    Per la prima volta la Commissione decide di fare la sua parte anche con degli investimenti diretti nel capitale di rischio delle aziende che fanno innovazione. L’iniziativa prende il nome di EIC Fund (in italiano European Innovation Council Equity Fund), e rappresenta uno strumento a sostegno dell’ecosistema innovazione e delle startup a livello europeo.

     

    Cos’è l’EIC fund?

    Nel giugno 2018, nel valutare i progressi del programma Horizon 2020, il Consiglio europeo ha invitato la Commissione a lanciare per il restante biennio 2019 – 2020 una nuova iniziativa a favore della crescita di PMI e startup innovative sui mercati europei e globali, vale a dire per la fase di scaling up. È stata così avviata la fase pilota dell’European Innovation Council (EIC) Accelerator, a sostituzione del precedente SME Instrument.

    Il nuovo strumento del Consiglio europeo per l’innovazione, che troverà più completa realizzazione nel prossimo Quadro finanziario pluriennale 2012 – 2027, nonché nel futuro Horizon Europe, prevede un fondo ad hoc per attrarre co-investitori e investimenti privati.

    La vera novità del fondo rispetto allo SME Instrument riguarda la modalità di finanziamento. Infatti, le aziende selezionate nell’ambito dei bandi dell’EIC Accelerator potranno accedere sia ad una sovvenzione (grant) – compresa tra 500 mila e 2,5 milioni di euro con un tasso di cofinanziamento del 70% – sia ad un finanziamento misto (blended finance) composto da un contributo UE e da una componente di equity. Proprio quest’ultima viene implementata per mezzo dell’EIC Fund, istituito a giungo 2020, il quale investirà tranche da 500 mila a 15 milioni di euro. La Commissione europea parteciperà così al capitale di rischio delle startup, con quote gestite dalla Banca Europea degli Investimenti (BEI) nel ruolo di advisor. Inoltre, il fondo, con il consenso dei beneficiari, metterà in contatto le aziende con la sua rete di mentor, con l’obiettivo di fornire assistenza e raccomandazioni per sviluppare il progetto di business.

    L’operazione della Commissione è rilevante sia perché permette di snellire il processo di assegnazione e gestione dei fondi, sia perché offre una maggiore e più concreta assistenza a coloro che fanno innovazione d’impresa ad alto impatto innovativo. Lo strumento EIC è dedicato a top-innovators, imprenditori, piccole compagnie e ricercatori con brillanti idee e l’ambizione di crescere a livello internazionale. Il finanziamento è pensato per prodotti, servizi o modelli di business radicalmente diversi da quelli esistenti, prevalentemente con applicazione deep tech, tra i cui settori prioritari troviamo energia, ingegneria avanzata, life sciences, digitale, spazio, azione per il clima, mobilità del futuro e innovazione sociale. L’EIC Fund vuole dare opportunità su scala globale alle startup che, pur avendo sviluppato innovazioni di alto valore, non riescono a raccogliere fondi a sufficienza per poter finanziare le loro attività.

    Come sottolineato dal Vicepresidente della BEI, Ambroise Fayolle, le startup sono driver della creazione di lavori altamente qualificati e di crescita, nonché chiave della competitività e della leadership strategica d’Europa. Il fallimento del mercato europeo che rende difficile ottenere finanziamenti va affrontato. Primo nel suo genere, l’EIC Fund – sostiene la Commissaria europea per l’innovazione, Mariya Gabriel – aiuterà a portare rapidamente i prodotti delle startup sui mercati europei e globali, facendo crescere i talenti all’interno dell’UE.

     

    Il potenziale italiano

    Dall’avvio della fase pilota dell’EIC Accelerator nel novembre 2019, sono state 140 le PMI e le startup individuate dalla Commissione UE per accedere ai finanziamenti misti in equity, per un totale di circa 582,6 milioni di euro. Per quanto riguarda le selezioni di novembre 2019, gennaio e marzo 2020, tra le italiane hanno vinto il finanziamento solo due aziende[2]; il numero non cambia per luglio, quando le selezioni sono avvenute nello specifico nell’ambito del Green Deal e dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, come richiesto dall’aggiornamento di marzo 2020 al programma di lavoro EIC, che è stato finalizzato – tra le altre cose – a fornire speciale supporto alle iniziative imprenditoriali con CEO donna (“led by women”). Seguirà il round di novembre 2020 che, a seconda della domanda e della qualità delle proposte, potrà contare su almeno un terzo del budget totale messo a disposizione dal Consiglio europeo per l’innovazione, per un ammontare di circa 10 miliardi.

    Vale la pena specificare che, secondo l’EIS 2020[3], l’Italia va molto bene nell’innovazione delle piccole e medie imprese, con un forte risultato in termini di innovazioni di prodotto/processo, organizzative e di marketing e infine di innovazione in-house, per un valore totale superiore di circa 13 punti a quello medio europeo. Il potenziale italiano necessario per accedere ai fondi è quindi altissimo e l’opportunità offerta dalla Commissione europea va colta e sfruttata nel migliore dei modi, ora più che mai, al fine di contrastare l’impatto pesantissimo della pandemia e di gestire efficacemente la trasformazione strutturale che caratterizza questo periodo.

    Fonti:
    [1] https://ec.europa.eu/growth/industry/policy/innovation/scoreboards_en
    [2] https://ec.europa.eu/research/eic/pdf/ec_rtd_eic-accelerator-blended-finance.pdf
    [3] https://ec.europa.eu/docsroom/documents/41880

  • 8 lug, Webinar “Il Futuro del settore Healthcare” w/Plusimple

    8 lug, Webinar “Il Futuro del settore Healthcare” w/Plusimple

    Live webinar da non perdere per tutta la Community di VGen!

    In questa occasione incontreremo Claudio Piccarreta, CEO di Plusimple, startup innovativa a vocazione sociale che opera nel settore sanitario.

    Verranno presentate e approfondite le tematiche relative alla Digital Health Care e all’evoluzione del relativo settore negli ultimi anni, in particolare a seguito della recente epidemia da Covid-19.

    Contenuti:
    • Introduzione generale al settore della Healthcare
    • Stato dell’arte del settore
    • Evoluzioni degli ultimi anni e prospettive future.
    • I processi di digitalizzazione (sia privata che pubblica) nell’Health Care
    • Il rapporto tra sanità e analisi dei dati
    • Plusimple: storia, prodotto, tecnologia e vision
    • Consigli ai giovani ascoltatori
    • Domande dal pubblico

    ⌚ 18.00
    📍 Facebook live sul gruppo Innovation Ground
    LINK: https://www.facebook.com/groups/vgencommunity/

  • Scenari post-crisi: il tracciato dell’Open Innovation e della sostenibilità

    Scenari post-crisi: il tracciato dell’Open Innovation e della sostenibilità

    Ciò che stiamo vivendo ci ha insegnato che le crisi, tanto quelle individuali quanto quelle globali, accelerano o portano alla luce dinamiche nascenti. L’efficacia della risoluzione non dipende solo dalle risposte dettate dall’emergenza, ma si regge su progetti lungimiranti e ambiziosi imbastiti sulla massimizzazione del valore.

    Vediamo allora quali processi sono in accelerazione a causa della crisi sanitario-economica e quali sono le possibili risposte innovative e resilienti del nuovo equilibrio globale.

     

    Problemi: decoupling e de-globalizzazione

    Nelle scorse settimane abbiamo assistito ad una forte tensione tra Cina e USA, strettamente legate da una co-dipendenza benefica per entrambe, ma ormai incrinata da sentimenti di sospetto e accuse da entrambe le parti.

    Vista la tensione relazionale attuale, nei prossimi mesi il decoupling commerciale, tecnologico, finanziario, di data e di accordi monetari si intensificherà. La recessione e la rottura diplomatica non condurranno necessariamente ad un mondo bipolare, ma anzi ad una dinamica non-polare, in cui nemmeno la Russia e l’Unione europea si affermeranno.

    La recessione degli anni 20 sarà quindi caratterizzata da una forte de-globalizzazione. La pandemia sta infatti accelerando le dinamiche di frammentazione, che, alla luce della crisi sono giustificate dal bisogno nazionale di proteggersi dalle disruptions globali. Il mondo post-pandemico vedrà quindi il ripetersi e l’espandersi delle scelte prese in stato di emergenza nel settore farmaceutico, alimentare e di rifornimento medico, in cui i governi impongono restrizioni sull’esportazione e misure protezionistiche per sopravvivere alla crisi. Insomma, ognuno per sé.

     

    Soluzioni: Open Innovation per la gestione delle emergenze globali

    Ma un’alternativa al decoupling esiste, e si è già palesata nella cooperazione tra aziende cinesi e americane per produrre e distribuire i test kit per il COVID-19: proprio i metodi della ricerca cooperativa scientifica illustrano la possibilità di scenari diversi.

    La ricerca del vaccino costituisce un importante campo di sperimentazione di un nuovo modello di open innovation internazionale, i cui cardini sono:

    • l’adozione di un approccio mission-oriented alimentato dagli investimenti sia pubblici che privati per raggiungere un obiettivo comune ben definito. Ciò richiede l’implementazione di regole riguardo la proprietà intellettuale, il prezzo e la manifattura che mirino a valorizzare la collaborazione internazionale e la solidarietà, piuttosto che la competizione.

    • l’impiego dell’intelligenza collettiva per accelerare il progresso, eliminando le barriere legislative alla diffusione tecnologica.

    Dunque, sì alle risposte nazionali, ma sono sostenibili solo nel breve termine. A fine emergenza, la migliore arma è il multilateralismo, ovvero la collaborazione di più nazioni e associazioni, pubbliche e private. L’innovazione deve essere aperta e internazionale per portare avanti un unico “pacchetto” di gestione delle dimensioni ambientali, economiche, sociali e di sicurezza della salute pubblica.

    Infatti, la crisi COVID-19 ci confronta con la totale inutilità della distinzione tra salute e finanza: i due ambiti richiedono politiche strettamente correlate. Esperti del settore chiedono infatti che l’International Monetary Fund espanda la sua attività, lavorando anche sui sistemi nazionali di salute pubblica, dato che sono proprio questi che determinano la capacità di gestione di questa crisi e di quelle che verranno. Infatti, un’altra verità che abbiamo accettato in questi mesi è che il mondo che ci aspetta è un mondo di crisi a singhiozzo, sanitarie e climatiche. La grande attenzione e ricerca dedicata all’attuale crisi costituisce un’occasione unica per ripensare il modo in cui gestiamo e ci prepariamo a tali sfide ed emergenze. Il futuro va pensato con la regola dell’1%: se c’è una minima probabilità che un evento possa accadere, si prevedano piani di gestione del rischio e dell’emergenza come se l’evento fosse certo.

    Chi crede nell’ambizione di integrazione che ha fondato l’Europa unita, sostiene che sia proprio l’Ue a dover sviluppare modelli di joint action per l’istituzione di un sistema sanitario globale fondato su database e riserve mediche comuni, e di una European Crisis Management Unit per condurre stress test sistematici alle strutture sanitarie, proprio come si conducono periodicamente ai sistemi finanziari.

     

    Green growth

    I dati dell’International Energy Agency prevedevano un rallentamento della domanda di petrolio a partire dal 2025, ed un picco nell’adozione delle macchine elettriche tra il 2030 ed il 2035. Ma la crisi sanitaria ha accelerato il processo, alimentando situazioni delicate tra i produttori e portando ad un crollo storico del prezzo del petrolio. Ora, nonostante la recessione che ci aspetta ed il picco di povertà globale, la transizione verso le energie rinnovabili potrebbe, finalmente, vedere un’impennata definitiva e contribuire alla ripresa economica. Perché?

    1. Costi finanziari e psicologici ridotti

    I costi dell’energia rinnovabile stanno nettamente diminuendo perché le soluzioni sono ormai ampiamente disponibili: i progetti in energia solare ed eolica generano oggi, sotto contratti a lungo termine, introiti stabili con ritorni tra il 6 ed il 10%. Queste stime dimostrano che un progetto green è oggi finanziariamente conveniente quanto un progetto inquinante. Si aggiungono incentivi dettati dal cambiamento dei nostri comportamenti: Lord Browne, co-proprietario di un’azienda di petrolio e gas e oggi parte del board di un istituto per la ricerca del vaccino, sostiene che la pandemia ha finalmente sottolineato, anche ai meno sensibili, la fragilità del mondo e delle nostre vite e che “persone che hanno speso mesi preoccupandosi dei loro polmoni saranno più inclini a volere l’aria pulita”.

     2. Focus internazionale

    La World Bank, l’IMF e la European Investment Bank sono mobilitate verso il rilancio verde. In questi giorni il ministro olandese Kaag ed il suo omologo francese Lemoyne presenteranno una proposta all’Ue: un meccanismo di tariffa sul commercio trans-frontaliero che dipende dall’impronta ambientale del paese. Si tratterebbe di alzare i dazi per i paesi che non stanno implementando seriamente le linee guida del patto di Parigi (2016) e delle International Labour Organisation Conventions, e di abbassarli per i paesi, invece, più virtuosi e al passo con le richieste. Tale proposta cavalca l’onda globale di tassazione sul petrolio e sugli investimenti che ne usufruiscono.

    3. Rilancio economico post-lockdown

    Uno studio pubblicato questo mese dal premio Nobel Stiglitz e dall’esperto climatico Stern per la Oxford Review of Economic Policy dimostra che le green recoveries avranno globalmente successo perché comportano la creazione di più posti di lavoro, generano guadagni più alti a breve termine e apportano risparmi molto elevati a lungo termine, rispetto agli stimoli economici tradizionali. Il successo globale dipende dalle politiche che si attueranno nei prossimi 6 mesi nei vari paesi. La crisi del 2008 ci ha insegnato che il rilancio verde non è un paradosso: nel periodo di rilancio economico, la Cina ha investito nel settore a basse emissioni di carbonio, ed ora è avanti nella competizione globale; la Corea del Sud ha speso gran parte del budget di ripresa in stimoli per l’economia green, ed è oggi leader nel settore delle batterie e delle tecnologie low-carbon; con l’introduzione di massa del LED, l’India risparmia l’equivalente del consumo annuale di energia della Danimarca (30 terawattora), indirettamente aumentando il reddito pro-capite.

    In poche parole finanziarie, il cambiamento di paradigma che avviene durante una crisi è riflesso dal fenomeno del flight to quality; oggi più che mai la gestione del rischio deve considerare principalmente la “licenza di resilienza” di un’azienda, basata sulla sostenibilità sociale, ambientale e di garanzia di liquidità sul lungo termine.

     

  • VGen UNDER 30 | Federico Lazzerini tra i re dei Social secondo Forbes

    VGen UNDER 30 | Federico Lazzerini tra i re dei Social secondo Forbes

    Nuovo appuntamento della rubrica VGen Under 30 che da voce ai giovani di successo italiani raccontando le loro esperienze e le loro ambizioni.

    L’intervista di oggi è con Federico Lazzerini, massimo esperto di comunicazione digitale e Founder & CEO di Digitale Marziale, società di marketing e comunicazione operante nel settore social media e digital business. Federico inoltre è entrato nella rosa dei 30 Under 30 più influenti ed autorevoli d’Italia e tra i 100 d’Europa per il 2020 del Magazine americano Forbes.

    Federico Lazzerini, Founder & CEO di Digitale Marziale

    Ciao Federico, ti ringrazio per aver trovato del tempo da dedicarmi per questa intervista, soprattutto in questo momento drammatico. Possiamo dire che sei un esponente di spicco nel mondo della comunicazione digitale. Raccontaci un po’ la tua esperienza sia a livello formativo sia a livello imprenditoriale.

    (FL): Ciao Marco, grazie a te. È sempre un piacere confrontarsi con personalità dinamiche e di valore.

    Il mio percorso nel mondo della comunicazione inizia nel lontano 1997, inconsapevolmente. Già da bambino, ai tempi dell’asilo, sono sempre risultato un creativo, un distruttore dell’esistente in cerca di “nuovo valore”.

    Tuttavia, da bambino essere un tipo fantasioso e curioso non ti aiuta, ma al contrario vieni considerato come il tipico bambino “problematico” a cui piace disegnare e fare casette con le scatole di cartone. Sei “strano” perché non sei come gli altri.

    Negli anni, la mia natura perfezionista e creativa non mi ha di certo aiutato, mi sono trovato spesso ai margini scolastici e sociali, perché “diverso”. Ma non tutto il male vien per nuocere.

    Il mio percorso Imprenditoriale invece è cominciato intorno ai 18 anni: al tempo, nel 2009, erano un’utopia i social per le aziende, così ho iniziato a creare i profili Facebook ad aziende di amici di famiglia. Senza alcuna strategia, senza competenze di marketing. Semplicemente lavorando di creatività.

    Oltre a questo, gestivo due negozi su Ebay, guadagnavo già qualche soldino per mantenermi, la cosa poi, nata per gioco, l’ho abbandonata, per ritrovarla pochi anni dopo.

    Prima di arrivare al mondo dei social media, il mio percorso è stato una violenta montagna russa: ho aperto un negozio di abbigliamento nel 2012 dove ho investito tutti i soldi che avevo e sono arrivato ad indebitarmi per circa 90.000 euro. Successivamente a questo ho fatto diversi lavori da dipendente, ma in nessuno sono durato più di tre mesi: magazziniere, commesso, e cameriere.

    Digitale Marziale è una società di comunicazione con un modello di business innovativo, potresti parlarcene?

    (FL): Digitale Marziale nasce nel Marzo del 2019, quindi poco più di un anno fa, siamo ancora una “baby-company” che ha ancora tutto da dimostrare.

    Ci tengo però a raccontarvi qualcosa di più, prima di scendere nel modello che stiamo sviluppando.

    Fino ad un anno fa ero un consulente social per aziende e celebrity, le cose andava molto bene; ho sempre avuto rapporti di primo livello e una dimensione Internazionale, ma soprattutto non mi ero esposto nella “melma” della formazione.

    Tra i miei clienti c’era un certo Nicola Colonnata. Colonnata è un coach Internazionale, una personalità fuori dal comune per mindset, valori e risultati professionali.

    Il nostro rapporto consulente-cliente è durato però poco meno di un mese, da lì è nata Digitale Marziale, è stato un colpo di fulmine.

    Digitale Marziale, come dicevo prima, nasce per differenziarsi dalla melma della formazione italiana; crediamo solamente nel duro lavoro, nella condivisione di valori, nella perseveranza, nella parola.

    La nostra azienda nasce per aiutare gli imprenditori a crearsi un alter-ego digitale, un’estensione imprenditoriale pronta a guadagnare dalla scalabilità e la potenza dell’online marketing. I nostri eventi sono frequentati non solo da imprenditori, gli stessi portano a studiare da noi i ragazzi del ramo marketing e social. Il segreto mio e dei miei soci è dare libero sfogo alla nostra personalità e far vivere esperienze indimenticabili a chi frequenta i nostri eventi, non crediamo alle “messe”. Siamo ossessionati dalla ricerca, siamo giovani e vincenti. Questi sono tutti motivi per cui vale la pena venire a scoprire il nostro modello innovativo.

    Quanto è importante per te (ed in quale livello) la cultura orientale?

    (FL): Rispetto alla cultura occidentale, mi identifico molto in quella orientale per armonia ed equilibrio, forte senso di intraprendenza e rispetto per il prossimo.  

    Tant’è che il mio corpo è questo che racconta. Ho molti tattoo, il primo, fatto nel lontano 2008 è un ideogramma del Kenji giapponese e significa passione. Sul braccio destro invece ho un dipinto con una Geisha. Meravigliose artiste, eleganti e forti intrattenitrici. Mi hanno sempre affascinato.

    Inoltre, se in occidente il quoziente d’intelligenza è in media 100, tra gli asiatici la media è 106, con una punta di 113 ad Hong Kong.

    Tra gli obiettivi della mia wishlist c’è di imparare il mandarino entro cinque anni. La lingua cinese stimola molte aree del cervello. Un’altra cosa che mi ha fatto innamorare degli orientali è la loro empatia: per leggere le emozioni guardano gli occhi, gli americani la bocca.

    Come sta cambiando il mondo della comunicazione in questo periodo storico?

    (FL): Oggi viviamo in un’epoca iper-comunicativa, siamo invasi dalla pubblicità. Per vincere dobbiamo impattare nell’attenzione dell’utenza e poi coccolarla, gli umani rispondono a segnali emotivi, e non tecnici.

    Storicamente parlando, il “come si faceva prima” non tornerà più. Soprattutto post-apocalisse corona.

    Ogni imprenditore deve utilizzare questi giorni per studiare nuovamente l’azienda e mettere insieme alcune fondamenta per ripartire: dal posizionamento, al marketing operativo, alla lead generation sino alla lead conversion.

    Si dice che per iniziare a promuoversi online sia necessario focalizzarsi solo su un social media, come commenti questa affermazione?

    (FL): Oggi l’identità online rappresenta un indicatore di salute aziendale, per il pubblico è soprattutto più concreta e di riferimento di quella “fisica”, per questo trovo necessario e fondamentale spingere su una piattaforma, ma poi è bene essere omnichannel, ovviamente in maniera nativa; su LinkedIn meglio che non posti la foto al mare (ride).

    Ad esempio, di LinkedIn cosa ne pensi?

    (FL): Ti avviso che la mia risposta non sarà politicamente corretta. In quanto a ramificazione marketing lo trovo un social un po’ ipocrita, una piattaforma molto frequentata da nerd-marketer, e pseudo “esperti” di agenzie di comunicazione. Tuttavia, trovo Linkedin ottimo per lavorare in organico, penso ci sarà prateria ancora per almeno 12-15 mesi.

    Al momento, personalmente, lo utilizzo poco e niente, anche se nei report vedo visualizzano il mio profilo aziende pesanti.

    Sto vivendo di rendita, quanto prima devo iniziare ad espormi anch’io, e spegnere qualche pappagallo.

    Quali sono i consigli che daresti ad una startup per promuoversi online?

    (FL): Il consiglio più importante è l’iper-focus, più un brand è focalizzato, più l’azienda cresce e produce ricchezza.

    Generalmente una su dieci è la startup che può arrivare agli occhi delle corporate. Viene scontato ma anche la perseveranza è un plus-valore nel motore di ogni startupper, vedo molti che già il primo anno mollano tutto.

    Tra i miei studenti privati invece ho dei Ceo di startup che sono in crisi perché hanno troppi clienti da gestire e l’azienda non è cresciuta abbastanza in fretta, tanto per dire.

    Bisogna essere anche veloci nei processi e attenti nella fase manageriale. Per questo in azienda ho un fidato socio che cura tutto questo; Andrea Del Gratta.

    Cosa vorresti dire a tutti gli studenti che vogliono intraprendere una carriera nel social media marketing?

    (FL): Di non aver paura del giudizio: il ruolo di “esperto” online è quasi dequalificante a livello sociale. Per molti è il “mestiere di chi non ha un lavoro vero”. In realtà è una professione di assoluto prestigio e per persone con qualità superiori alla media come è nei paesi di tradizione anglofona. Ma per fortuna, nel post-covid, il nuovo mondo parlerà solo la lingua digitale. Dispiace che è servita questa tragedia, ma si sa, serviva qualcosa di devastante per sancire la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra.

    Oltre a questo consiglio, mi sento di consigliare di centrarsi:

    i settori più ricercati sono il Copywriter strategico (noi in azienda gli diamo anche 50.000 euro l’anno) o l’advertiser, quest’ultimo può guadagnare forse il doppio.

    Ma servono anni, non credete alle “favole” dell’online marketing, al corso magico, questa professione è un percorso, non un corso. Ogni giorno io dedico circa 1h30’ della mia giornata allo studio degli aggiornamenti, le informazioni apprese 6 mesi fa sono già vecchie.

     

     

     

     

     

  • 3 dic Innovation Ground: Students Forward | @Economia Unibo

    3 dic Innovation Ground: Students Forward | @Economia Unibo

    Dopo i successi di Roma e Milano Innovation Ground sbarca a Bologna. L’evento, unico nel suo genere, propone un format di contaminazione e innovazione tra studenti, startup e realtà corporate di successo.

    Students forward, per proiettare nuovi talenti intraprendenti verso il futuro, conoscere, scoprire ed esplorare personalità e realtà di rilievo per guidare il cambiamento.

    Quando? Martedì 3 dicembre ore 16
    Dove? Aula Magna, Facoltà di Economia Università di Bologna Alma Mater
    Programma evento:
     
    16.00 – 16.15 Saluti di apertura, presentazione JEBO e VGen
    Nicole Zoppi, Presidente JEBO
    Gabriele Belfiore, Founder VGen
    Cristian Andreozzi, VGen – Bologna
     
    16.15 – 17.00: Uni-Innovation
    Presenta e modera Fabiana de Arruda, JEBO. Segue:
    ⁃ Matteo Vignoli, Director Open Innovation Program Almacube
    ⁃ Giacomo Venezia, Business Developer Almacube
    ⁃ RoomMate
     
    17.00 – 18.00: Startup marketing
    Presenta e modera Luca Carlomagno, VGen . Segue:
    ⁃ Alessandro Buononato, CEO & Founder Becreatives
    ⁃ Michelangelo Aquino, Advertising Specialist
    ⁃ Nicolas Sassoli, Business Developer Almacube
    ⁃ Cubbit
    ⁃ Friendz
     
    18.00 – 19.00: Innovative Corp.
    Presenta e modera Cristian Andreozzi, VGen. Segue:
    ⁃ Alessandro Paradisi, National Key Account Manager L’Oréal
    ⁃ Pietro Azzara, President Italia4Blockchain
    ⁃ Andrea Landini, Managing Partner Gellify
    ⁃ Enrico Malverti, Executive Committee SIAT
     
    19.00 – 21.30 Networking e aperitivo tra Studenti, Startup e Corporate
    Presso “La scuderia-Future Food Innovation Coolab”. Per gli studenti ci sarà la possibilità di lasciare il proprio CV ai partner dell’evento che avranno degli stand in area networking e confrontarsi con gli ospiti della giornata.

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