Oggi un approccio che metta al centro le persone è sempre più importante: il personale, infatti, è uno degli elementi differenzianti di un’azienda, ma la sua corretta gestione è essenziale affinché ogni suo componente possa esprimere a pieno il suo potenziale e concorrere al raggiungimento del successo dell’organizzazione. È qui che le risorse umane trovano il loro alleato nella tecnologia: attraverso l’analisi dei dati è possibile infatti implementare una strategia di People Analytics.
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Disability Management: L’inclusione degli individui con disabilità come opportunità e valore
In Italia l’assunzione di individui con disabilità è regolamentata da una legge, la n. 68/1999, che ne promuove l’inserimento in organico grazie anche a incentivi economici per le aziende che scelgono di accogliere gli appartenenti alle cosiddette “Categorie protette”. Implementare una strategia di Disability Management, ovvero:
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Employee Advocacy: La voce e l’esperienza dei dipendenti a sostegno dell’azienda
Ogni azienda è come una grande macchina, il cui motore non gira senza coloro che ogni giorno si impegnano per far sì che tutto funzioni al meglio: i dipendenti.
Grazie ad approcci come il people-centric, viene riconosciuta ad essi un’importanza sempre più centrale per quanto concerne le politiche stesse dell’azienda, volte a creare un ambiente organizzativo che risponda pienamente alle loro esigenze.
Tutto ciò risulta particolarmente funzionale per l’Employee Advocacy, uno strumento che utilizza la voce e l’esperienza dei dipendenti all’interno dell’azienda per attirare nuovi talenti, fidelizzare i clienti attuali e sopratutto per accrescere il posizionamento e la percezione dell’azienda a livello di reputation e l’employer branding sia in contesti online che offline.
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Chief Happiness Officer: Chi è e cosa fa il manager della felicità
Negli ultimi anni si è iniziato sempre di più a parlare di salute mentale, di benessere organizzativo, equilibrio vita-lavoro e persino di well-being washing. Queste discussioni hanno portato le aziende a prendere in considerazione gli effetti del lavoro sui livelli di motivazione e partecipazione dei propri dipendenti, sviluppando nuove consapevolezze che hanno permesso la nascita di figure ormai centrali: tra queste, il Chief Happiness Officer (CHO), manager della felicità.
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People-centric Approach: Cultura aziendale a misura di dipendente
L’Employer Branding è ormai parte integrante della strategia di tutte le aziende che cercano di attrarre e trattenere talenti, soprattutto quelli della nuova generazione, più attenti che la cultura delle aziende sia vicina al benessere dei dipendenti. Tra di esse, vi sono aziende che decidono di puntare tutto sulle persone valorizzandole, adottando il cosiddetto People-centric Approach, una tipologia di cultura aziendale che mette gli individui al centro di tutto.
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Well-being washing: Il benessere aziendale solo di facciata
Il woke o colour washing, presa di posizione e sostegno da parte dei brand a una causa aderente ai propri scopi a cui si è soliti associare un colore che la rappresenti, ha una nuova frontiera: il well-being washing, ovvero «quell’insieme di attività volte a dipingere, internamente e spesso esternamente, una realtà come attenta al benessere delle sue persone, sebbene le cose vadano in maniera totalmente diversa».
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9 motivi per realizzare una Job Simulation
Non c’è dubbio che per gli HR e i recruiter la corsa ai nuovi talenti sia sempre più competitiva e la necessità di attrarre le nuove generazioni verso la propria azienda cresce sempre di più. Le tecnologie messe a disposizione per gli addetti ai lavori delle risorse umane per selezionare i nuovi profili sono innovative ed efficaci ma non sempre vengono adottate o utilizzate nel modo corretto.
Nonostante questo, molte aziende ancora non hanno abbandonato il vecchio metodo: spam di annunci di lavoro, raccolta CV, valutazione e serie di colloqui per valutare le capacità del candidato. Questo metodo, oltre ad essere lungo e complesso, potrebbe risultare poco attrattivo nei confronti dei talenti in cerca di una società che non solo sia allettante dal punto di vista economico, ma che sia in linea con la loro vision e con i loro valori.
Se esistesse una soluzione semplice che rinnovasse l’intero quadro dei nuovi talenti per i recruiter? Se ci fosse una piattaforma in grado di:
✅ generare un Employer Branding potente e di massa;
✅ mostrare ciò che l’azienda fa in modo più dettagliato di una pagina delle carriere, come lo fa e cosa la rende diversa dai suoi competitor;
✅ dare alle aziende il potere di attrarre e assumere i migliori talenti attraverso tecniche di Talent Acquisition innovative;
✅ avere una dashboard aggiornata real time per raccogliere dati, soluzioni e informazioni riguardanti ogni candidato.
Questa soluzione esiste, è digitale e non è uno strumento che risolve un problema specifico, ma è uno strumento che cambia l’intero modo in cui ci si avvicina ai primi talenti: un programma di Job Simulation. Una Job Simulation è una simulazione lavorativa digitale di una specifica posizione lavorativa che riprende quelle che sono le mansioni e i task che un candidato andrebbe a svolgere all’interno dell’azienda nel caso in cui andasse a ricoprire quella stessa posizione. L’intera attività si svolge online per il tramite di un’apposita piattaforma che illustra chiaramente tutti i “compiti” che il candidato deve svolgere all’interno di una determinata deadline.
In questo articolo abbiamo raccolto 9 motivi per i quali i programmi di Job Simulation dovrebbero essere il nuovo strumento di acquisizione per HR e recruiter.
INDICE:
1. Cambiare la definizione di Employer Branding
2. Distinguersi per attrarre i migliori talenti
3. Diventare un’azienda innovativa e capace di ispirare i nuovi talenti
4. Colmare il gap di capacità tra l’università e l’impiego di primo livello
5. Promuovere la diversità di pensiero attraverso un percorso di successo a lungo termine
6. Costruire una community per formare i tuoi Brand Ambassador
7. Risolvere il problema della diversità e dell’inclusione abbattendo le barriere all’entrata
8. Promuovere la diversità di pensiero attraverso un percorso di successo a lungo termine
9. Staccarsi dai tradizionali schemi di acquisizione dei talenti che stanno diventando sempre più onerosi e costosi
1. Cambiare la definizione di Employer BrandingL’Employer Branding è diventato per le aziende una componente fondamentale per un recruiting efficace. Le aziende traggono vantaggio dal promuovere il proprio brand per cui i candidati aspirano a lavorare ed è per questo che continua a richiedere un investimento iniziale significativo. Dal miglioramento del sito web aziendale, ad una presenza costante sui social media, ad uno sviluppo continuo di content creation del reparto marketing e la partecipazione a fiere, eventi, che implicano un sacco di tempo, fatica e costi.
Le aziende possono ora usare i programmi di Job Simulation per spiegare con maggiore chiarezza ciò che fanno e come lo fanno. I partecipanti possono ora immergersi nel vostro posto di lavoro e farsi un’idea di quello che fate, come lo fate e cosa vi rende unici. Piuttosto che pubblicare articoli che spiegano come la vostra organizzazione sia più innovativa di altre, mostratelo ai candidati attraverso percorsi innovativi e tecnologici di recruiting.
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Hackathon, guida all’uso: il Long (Online) Hackathon
Nel primo episodio di questa rubrica dedicata agli hackathon abbiamo analizzato la tipologia tradizionale e originale di questo strumento, ovvero lo Short Hackathon, meglio conosciuto come hackathon in presenza, nel quale team di persone si radunano in un singolo luogo e lavorano per un periodo che va dalle 24 alle 48 ore alla ricerca di una soluzione ad un problema tecnologico (o di business).
Per leggere il primo episodio della rubrica, clicca qui.
Nell’articolo di oggi, invece, analizzeremo la variante interamente digitale dell’hackathon, ovvero l’Online Hackathon (o Long Hackathon).
1. RatioI primi a sperimentare la variante online della “maratona” sono state le principali piattaforme di open innovation e crowdsourcing a livello internazionale.
L’Online Hackathon nasce infatti per necessità al fine di colmare alcuni importanti gap riscontrati nel tempo dalla sua variante fisica e in presenza. All’origine dei problemi dello Short Hackathon vi è il tempo a disposizione; 24 o 48 ore, sono sufficienti e anche un forte stimolo per lo sviluppo della creatività dei partecipanti e quindi per elaborare soluzioni brillanti, ma non sono certamente abbastanza per analizzare tutti i vincoli e i limiti del proprio lavoro e quindi per affinare il risultato affinché risponda in maniera ideale ai bisogni di innovazione dell’azienda proponente. In sintesi, il tempo a disposizione in un hackathon in presenza per elaborare soluzioni efficaci ed efficienti è effettivamente troppo poco. Per questa ragione sostanziale, in particolare negli ultimi anni, lo Short Hackathon è diventato (erroneamente) più un evento che le aziende sfruttano per farsi notare, attrarre talenti e migliorare il proprio employer brand, che uno strumento di open innovation.
L’Online Hackathon nasce da questa consapevolezza, con il fine di dare ai partecipanti un’esperienza più ampia e accessibile e all’interno di un tempo di riferimento ben più lungo.
Così come lo Short Hackathon, il Long Hackathon può essere di tipo internal, quindi rivolto internamente all’azienda a dipendenti e collaboratori, external, rivolto a giovani talenti under 35 o misto, con partecipazione combinata tra persone interne ed esterne all’azienda. Dalla nostra esperienza in VGen, suggeriamo sempre la scelta dell’Hackathon a partecipazione mista, in quanto permette un perfetto connubio tra creatività e novità (dei giovani) e la conoscenza approfondita dei processi e delle dinamiche interne all’azienda (di dipendenti e collaboratori).
Altro punto in comune tra le due tipologie di hackathon riguarda l’oggetto della Challenge; tipicamente gli hackathon sono incentrati su problemi di coding, ma nulla impedisce di strutturare challenge con un oggetto più qualitativo, strategico o su tematiche deep tech (es. Manuthon).

